Non voglio nascondere l’amore - mio caro cuore
Mio marito! Mio marito! Mio marito! Asciutti sono, lo vedi, i miei occhi, ma l’amore non voglio nascondere.
Supplicandoti, perdonami: mai più, commossa, al tuo ritorno dalla battaglia potrò abbracciarti.
Alla morte sono pronto/ non ho paura quando il boia solleva la spada, mi terrò con fierezza, da nobile e da croato.
Tu di nulla ti addolorare/ Lasciatemi essere donna, che io pianga, che io gema, che io mi laceri il cuore.
Mate Marčinko
Il matrimonio tra Ana Katarina Frankopan e Petar Zrinski fu celebrato a Karlovac, mentre i festeggiamenti si tennero a Ozalj il 27 ottobre 1641. Con esso si unirono le più potenti famiglie nobili croate, gli Zrinski e i Frankopan. Ebbero quattro figli: Jelena, Judita Petronila, Ivan Antun Baltazar e Aurora Veronika.
Katarina sposò Petar all’età di 16 anni, e da allora visse col marito a Ozalj, frequentando di tanto in tanto anche Čakovec, dove si sarebbe trasferita con il marito dopo la tragica morte di suo fratello, il bano croato Nikola Zrinski. Soggiornava periodicamente anche in altre tenute degli Zrinski e dei Frankopan – a Vrbovec, sul Grobnik, a Kraljevica e a Novi Bribir. Tutte queste tenute non erano soltanto proprietà agricole, ma anche centri di vita pubblica e culturale, in cui si parlava croato – sia in kajkavo, sia in ciacavo, sia in stocavo – e si scriveva e si discuteva di temi mondiali e nazionali; vi si coltivavano la letteratura, l’arte e la cultura.
Vi presentiamo la storia coniugale, familiare e patriottica di Petar e Katarina Zrinski, e la sua lettera d’addio all’amata moglie prima dell’esecuzione.
„Tutti conversavano animatamente intorno alla tavola, e ciò era gradito al bano. Anche lui scherzava quella sera, era allegro in mezzo ai suoi figli. Katarina era gentile con tutti, ma più volte accadde che si perdesse nei pensieri: quando guardava Petar e i bambini, non sentiva subito ciò che qualcuno le diceva. Era felice accanto ai suoi figli, ma era proprio quella grande felicità a turbare la sua pace, perché pensava che tutto avrebbe potuto essere diverso…Dalla stessa felicità sgorga l’infelicità. Non vive in pace chi ama. Tali pensieri si affollavano nella mente della madre.
E il suo Petar?...Eccolo, com’è sano e robusto, buono e caro, come sorride ai bambini e a lei…Solo lei indovinava i suoi pensieri, solo lei notava come talvolta il suo riso gioioso si dissolvesse in malinconia…Ora si sedettero sul divano, e conversarono a lungo della missione a Costantinopoli, della patria e dei loro figli. A poco a poco ogni angoscia e agitazione si dissolveva, e una luminosa speranza germogliava loro dal cuore e rischiarava i volti. Trovavano tutta la loro forza anche nel proprio amore: si rispettavano, si amavano e si adoravano, come se avessero varcato il fiore della melissa (fiore della felicità) alla vigilia del loro matrimonio.“
Ana Katarina Frankopan nacque a Bosiljevo, intorno al 1625, e morì a Graz il 16 novembre 1673. Fu dotata di un talento letterario straordinario ed è ricordata come il più grande nome femminile della letteratura croata del XVII secolo. Godeva della fama di brillante diplomatica: parlava tedesco, ungherese e italiano, e scriveva, oltre che in croato, anche in lingua latina. Ana Katarina Frankopan, moglie di Petar Zrinski, che fu una delle donne più colte del suo tempo, dedicò grande cura alla famiglia e all’educazione dei loro quattro figli. Nonostante gli impegni materni, come testimonia la ricca corrispondenza, Katarina era una vera amministratrice: si occupava dello sviluppo economico delle tenute di famiglia, promuoveva molte attività e iniziative, stabiliva i diritti e i doveri dei servi della gleba e dei sudditi, influiva sul loro modo di vivere, cercava di consigliarli e istruirli. Partecipò attivamente alla congiura zrinsko-frankopanska, talvolta la ispirò e la orientò, influì sulle decisioni prese e intraprese lei stessa iniziative diplomatiche. La banica vigilava sull’ordine, la pulizia e il buon costume nel paese.
Petar Zrinski nacque il 6 luglio 1621 a Vrbovec,—e morì a Wiener Neustadt il 30 giugno 1671; è ricordato come bano croato, condottiero e poeta, membro della famiglia nobile degli Zrinski. Divenne bano croato nel 1665, dopo la morte del fratello Nikola. Quanto fosse un guerriero straordinario e un grande eroe lo dimostra il fatto che il re chiamò Petar „scudo della cristianità e spavento dei turchi“. „Come cavaliere e soldato eccellente, lo ornavano anche molte altre virtù, ed egli fin dalla giovinezza mise cento volte a repentaglio la propria vita combattendo contro il nemico.“
Kumičić: „A Ozalj scese uno strano silenzio. Petar fu sereno per circa due mesi, e volle godersi la felicità familiare, pensando spesso che presto sarebbe forse scoppiata la tempesta. Passeggiava per ore nei boschi, tornava stanco a corte, si sedeva in biblioteca, sprofondato nei pensieri, che erano molti. Improvvisamente lo coglieva un grande desiderio di accarezzare i suoi figli, di guardare a lungo Zora e Ivan, e li chiamava a sé, ed era felicissimo, tenendoli sulle ginocchia, ascoltando i loro scherzi gioiosi, i loro allegri racconti. I bambini lo coccolavano sempre, gli si stringevano al collo e lo baciavano. Katarina se ne rallegrava, perché sapeva che così egli si riposava, che il suo spirito si sarebbe rafforzato ancora di più. Con lei Petar era straordinariamente tenero: la guardava negli occhi e nel viso, gli appariva bella e cara, gli sembrava giovane, l’aveva sempre amata e adorata immensamente, e ora pensava che non fosse abbastanza. La guardava a lungo, tutto beato, e le stringeva la mano, come a una fanciulla a cui si vuol dire che la si ama, e allora Katarina gli sorrideva…Egli vedeva nel suo sorriso tutta la sua felicità e quella di lei, tutti i giorni gioiosi che avevano vissuto insieme nell’amore. Arrossiva come lei, e tutto ciò che non riusciva a esprimere a parole, glielo diceva con un santo bacio, stringendola al petto.“
Ai nobili e ai membri della famiglia, radunati intorno alla tavola a Čakovec, parlò così: „ Onorevoli, nobili, stimati signori, miei fedeli! Alzo questo calice alla vostra buona salute, e desidero dal profondo del cuore che fra un anno il santo Natale ci sorga in una Croazia libera. Tutti i nostri pensieri saranno tanto più nostri quanto più li dedicheremo al servizio della patria, alla quale sacrificheremo, se necessario, il nostro corpo con la stessa leggerezza con cui sacrificheremmo quello di un altro. Nessuno di noi conoscerà altra festa se non l’adempimento del proprio dovere. Chi vuole versare il proprio sangue per la patria, come può non vergognarsi di chiederle la propria tomba? Noi sacrificheremo tutto, tranne l’onore. L’onore è più prezioso del sangue, perché questo si sacrifica per la patria, mentre l’onore non si sacrifica mai per nulla. E teniamo a mente anche questo: perché il popolo non perda il proprio diritto, occorre che talvolta difenda anche quello altrui. Io giudico che il nuovo anno sarà uno dei più importanti, uno dei più decisivi nella storia del nostro regno. Potrebbe accadere che per noi sorga il sole, ma potrebbe anche annientarci un’oscurità ancora più grande, ma sono tuttavia fermamente convinto che Dio non permetterà che perisca il Suo popolo croato eletto. Sì: popolo eletto, perché Dio ha dato al nostro popolo questa terra, affinché resistesse agli assalti contro la Sua santa fede. Questa terra doveva essere popolata da un popolo coraggioso, perché solo un tale popolo poteva fermare l’ondata asiatica che voleva sommergere persino Roma! Dio è il supremo condottiero di ogni popolo. Egli ha condotto il popolo croato in questa splendida terra. Egli, nella Sua onniscienza, ha assegnato al nostro popolo un grande e glorioso compito: difendere la cristianità dal nemico più terribile. Non si può distruggere un popolo che può dimostrare, con la propria storia, di aver fatto qualcosa per l’umanità! Ci possono togliere tutto, ma non ci possono togliere la nostra storia. Nessuno può portarcela via! La sua gloria risplende potentemente, e questo suo fulgore secolare e secolare non si lascia offuscare. La nostra storia è scritta con sangue di martiri, è intrecciata con la fede di Gesù, e come questa fede è eterna, così è eterna anche la gloria degli eroi croati che sono caduti per essa. Prima o poi il nostro popolo spezzerà le pesanti catene, prima o poi questa terra, che Dio stesso ci ha dato, sarà soltanto sua!“
Fu Katarina a preparare il marito e il fratello per il viaggio a Vienna, verso la prigionia e la morte da martiri. Nessuno dei presenti sospettava la tragicità di quel distacco. Katarina non versò nemmeno una lacrima dietro ai suoi cari, tornò nella sua stanza e bruciò le lettere che riteneva non fosse consigliabile lasciar cadere in mani imperiali. Petar dice:“ In una parola, ho fatto quanto potevo per respingere i mali che si addensavano sopra il mio capo; e sebbene avrei potuto facilmente commettere del male, non l’ho fatto, ma l’ho sempre rimandato, cosicché il mio peccato non ha avuto alcuna conseguenza.“ Concluse con queste parole: „Sia comunque, nonostante tutto, benedetto il nome del Signore!“
Katarina era inginocchiata davanti all’immagine della Beata Vergine, con le mani giunte. Quando Petar entrò nella camera, ella si alzò dall’inginocchiatoio, gli porse la mano destra, lo guardò con tenerezza e tristezza, impallì all’improvviso, gli lasciò cadere il capo sulla spalla, ma subito risollevò il viso e lo guardò negli occhi. Erano asciutti, i suoi e i suoi. Non riuscirono a pronunciare una sola parola. Guardandola con indicibile tristezza, egli tremò, l’abbracciò e la baciò, poi le premette la mano destra sul proprio cuore, e dal profondo dell’anima gli sgorgarono queste tre parole: „Dio ti protegga! - E anche te! – Con Dio!“ – gli rispose Katarina, dolente e commossa.
Dopo la partenza del marito e del fratello per Vienna, Katarina fu cacciata dalla saccheggiata dimora di Čakovec e rinchiusa in un convento a Graz.
Katarina scrive al principe Lobkowitz chiedendo aiuto: „Non so più cosa fare nella mia miseria. Non riesco affatto a recuperare la salute, e sto morendo viva. Purtroppo non ho né mezzi di sostentamento per me stessa, né alcun sostegno nella mia debolezza. Poiché, sebbene abbia perso tutto, chiedo tuttavia che io – per quanto riguarda la mia misera persona – sia considerata una donna onesta, e che non sia disonorata insieme alla mia innocente figlioletta, che si trova con me in questa miseria. Ecco, sono già passati nove mesi che non ho più alcuna notizia del mio amato sposo e del mio unico figlio. Io e la mia figlioletta decenne ci troviamo qui a Graz in una prigionia così severa, che non lasciano avvicinare a noi nessuno, tranne il sacerdote che celebra la santa Messa. Così, ecco, non posso parlare con nessuno per rivelargli le grandi afflizioni che devo sopportare io, povera e malata donna. Voglia Vostra Maestà permettere che la mia unica figlia, Zora Veronika – come bastone della mia afflitta vecchiaia, come conforto di una vedova abbandonata, e come custode della mia malattia – non sia separata da me. Ella sarà educata nella laboriosità e nella virtù, nei nobili costumi e nei lavori manuali“. Tuttavia la figlia Zora fu separata dalla madre e collocata in un convento a Celovec (Klagenfurt).
Katarina, provata dalla malattia e dalle tragedie, muore nel convento domenicano di Graz all’età di 48 anni.
Negli anni migliori della sua vita seguì la tradizione della propria famiglia e promosse la stampa di libri destinati a una cerchia più ampia di lettori. Si trattava per lo più di libri di preghiere, la lettura più diffusa e spesso l’unica per i pochi croati alfabetizzati, e in particolare per le croate del suo tempo. Era consapevole del fatto che in lingua croata si stampassero troppo pochi libri, non ne era soddisfatta e voleva cambiare le cose. Lo sottolinea come motivo della propria attività di scrittrice nel Putni tovaruš: „quasi fra tutte le lingue del mondo è la croata quella di cui oggi si trovano meno libri stampati“. Katarina, in questa breve dichiarazione di intenti, rivela con grande chiarezza le proprie posizioni filosofiche e politiche di fondo, mostrandosi, per usare un linguaggio moderno, una persona consapevole delle differenze di genere, che non si rivolge a uomini e donne separatamente ma alle persone di entrambi i sessi, senza distinguerle per ceto o merito. Si rivolge in particolare ai viandanti e ai pellegrini, sottolineando che il suo libro di preghiere occupa poco spazio e non richiede molta cura né spesa: „non chiede altro se non che l’uomo vi si specchi come in uno specchio spirituale e preghi Dio, invochi i santi, procurando a sé e al prossimo la salvezza dell’anima“.
Con questo libro di preghiere volle offrire conforto a tutti coloro che soffrivano per le guerre contro i turchi, per le malattie e le epidemie, per le frequenti carestie, per la rozza tirannia e la spietatezza dell’esercito imperiale, a causa di quella realtà che segnava la vita quotidiana della popolazione croata, ungherese e in parte slovena nell’area compresa tra Ozalj e Čakovec:
Per nient’altro in questo mondo
l’uomo fu creato dalle mani di Dio,
quando alla sua anima nobile
diede dimora in mezzo al paradiso terreno,
se non perché qui cammini in tal modo,
così viva e così viaggi,
che nella morte si trovi giusto
e regni nei cieli.
Poiché Dio creò molte vie,
molti sentieri e molti modi,
affinché per essi gli uomini avanzino
fino alla patria celeste.
Convèrtiti, o uomo,
convèrtiti, ché già abbastanza
hai errato finora, o infedele,
per la tua vita dissennata;
abbandona ormai le vie tortuose,
ah, per amore della tua salvezza
méttiti tu stesso in cammino,
lontano dall’eterna perdizione.“
Il libro di preghiere Putni Tovaruš è frutto del sincero amore di Katarina per Dio e per il prossimo. Questa devozione verso Dio e la Chiesa cattolica è viva nella famiglia Frankopan fin dai primissimi passi dei Frankopan sulla scena storica croata, che costruirono e dotarono di beni chiese e conventi. Senza accusare gli altri, ella manifestò, anche nei momenti più difficili della propria vita, una grande premura materna per i figli e per Petar, assumendosi in ogni occasione la responsabilità di tutto ciò per cui lui veniva accusato.
Insieme al cognato Fran Krsto Frankopan, Petar Zrinski continuò la lotta per i diritti della Croazia iniziata da suo fratello Nikola, e si legò così ai principali capi ungheresi, dando avvio alla celebre congiura zrinsko-frankopanska, conclusasi il 30 aprile 1671 a Wiener Neustadt con l’esecuzione di Petar Zrinski e Fran Krsto Frankopan.
Prima dell’esecuzione, scrisse alla sua amata una lettera, rimasta celebre per il suo incipit “Moje drago Serce” (Mio caro cuore). La lettera non le fu mai consegnata. Lo sposo le manda il suo ultimo addio e le chiede perdono. Petar è una persona distrutta e umiliata, a cui è stato tolto tutto ciò che gli si poteva togliere. La sua unica speranza è Dio onnipotente, davanti al cui trono i due si ritroveranno insieme «nella gloria eterna». Manda a lei e alla figlia Aurora Veronika la benedizione di Dio.
Mio caro cuore
Alla mia carissima signora, compagna della mia casa,
per ora vedova,
Alla contessa Ana Katarina Zrinski
Mio caro cuore. Non ti addolorare né agitarti per questa lettera. Secondo il volere di Dio, domani alle dieci verrà tagliata la testa a me e a tuo fratello. Oggi ci siamo salutati l’un l’altro con affetto. Perciò anch’io oggi voglio con questa lettera congedarmi da te, e ti chiedo perdono se in qualcosa ti ho turbata o se in qualcosa ti ho offesa. Grazie a Dio, sono pronto alla morte e non la temo. Confido in Dio onnipotente, che mi ha umiliato in questo mondo, affinché abbia pietà di me, e lo preghero (credo che già domani, quando andrò a Lui) che noi due, davanti al Suo santo trono, ci possiamo ritrovare nella gloria eterna. Non so più cos’altro scriverti. Ho lasciato tutto alla volontà di Dio. Tu non ti addolorare, perché così doveva essere.
A Wiener Neustadt (Austria), nell’ultimo giorno della mia vita, il 29 aprile alle sette di sera, dell’anno 1671. Il Signore Dio benedica te insieme a mia figlia Aurora Veronika.
Il conte Petar Zrinski
Dražen Budiša ha curato l’edizione Moje drago srce. Pismo Petra Zrinskoga Katarini Zrinski (Mio caro cuore. La lettera di Petar Zrinski a Katarina Zrinski) in traduzioni moderne, in cui la lettera è stata tradotta in diverse lingue. Per lui si tratta di „uno dei testi più struggenti mai scritti in lingua croata. È l’ultimo foglio di un uomo che chiama la propria moglie vedova, che si è rassegnato al proprio destino, che non ha più alcuna speranza di grazia, ma che attende con calma e virilità l’esecuzione. È un documento che porta il respiro dell’eternità, e finché esisterà una normale sensibilità umana, sarà sempre ugualmente commovente e struggente. Questa lettera ha per noi anche un significato ulteriore – è la testimonianza della tragedia di una famiglia, nel cui destino si rispecchia il destino di un popolo“. Quando Petar, sul patibolo, si accorse che la gente lo guardava con una certa paura, disse al confessore queste parole coraggiose e significative: „Questi poveretti temono la mia morte più di quanto la tema io.“
È la lettera di un uomo di fronte alla morte, sono i suoi ultimi pensieri. Nella lettera si delinea l’immagine del rapporto tra i due coniugi della nobile famiglia Zrinski. È l’autorappresentazione di Petar innanzitutto come marito, padre, cristiano e patriota. Sebbene breve, la lettera mette in risalto i valori fondamentali della famiglia Zrinski: la famiglia, la patria e la fede. Sebbene si trovi in una condizione in cui avrebbe bisogno di un enorme sostegno morale, egli trova la forza di consolare l’altra persona con un’incrollabile etica cristiana e personale. È rappresentato come un coraggioso capo della resistenza, che sopporta l’ingiustizia di persone doppie.
Rivolgendosi alla moglie come «il mio caro cuore», mostra la sua tenerezza e il suo affetto per la donna. La lettera si apre con una richiesta: non ti addolorare per questa mia lettera, né agitarti. Mostra premura per i suoi cari, non vuole che lei sia triste per la notizia che apprenderà, e in questo modo la prepara al doloroso momento della verità. È pronto a concludere la propria vita, e l’unica cosa che gli resta da fare è congedarsi dai suoi cari, dalla moglie e dai figli, cosa che può fare soltanto per lettera. Costruisce di sé l’immagine di un uomo che non teme la terribile morte per decapitazione. Ma il perdono non è l’unico motivo della lettera. Egli vuole congedarsi, ma vuole anche essere perdonato: per questo ti prendo ora, con questa lettera, un ultimo eterno addio; ti supplico, se in qualcosa ti ho turbata o se in qualcosa ti ho offesa (cosa che io ben so), perdonami. Fra parentesi rivela che, in effetti, ha commesso qualche colpa, ossia ha ferito Katarina, il che lo tormenta, e chiede il perdono della moglie. Infatti, l’unica cosa che un buon cristiano deve fare prima di morire è confessarsi, cosa che egli compie proprio con questa lettera. Rispetta i sacramenti della cristianità, chiede grazia e remissione dei peccati. In seguito si sofferma sull’unico conforto che gli resta, cioè Dio, ossia la fede: sia lodato Dio, io sono ben preparato alla morte, e non la temo… ho lasciato tutto alla volontà di Dio. Petar, da cristiano, non teme la morte perché lo attende la vita eterna nel paradiso celeste, per cui si è preparato tutta la vita. Crede che sia Dio a determinare il destino, e così ha lasciato tutto alla Sua volontà. Proprio grazie alla sua fede, sopporta e accetta con facilità la situazione in cui si trova, ritenendo che così debba essere.
Kumičić: „Pensava a Ozalj, a quelle sale dove aveva trascorso la giovinezza con la sua Katarina…E a quei prati verdi, dove giocava con i suoi figli, quando erano piccoli!...Oh, com’era beato quando sentiva le loro grida gioiose ad ogni suo ritorno dalla battaglia!...Dov’è ora la sua Katarina!...La sua Katarina!...Quando era ragazza, stava con lei davanti a una piccola chiesa sul pendio dell’Ivančica. Il sole tramontava, si tenevano per mano e in silenzio contemplavano lo splendido paesaggio, la verde vallata tra le colline boscose. La giovane fanciulla, snella e di aspetto incantevole, era così cara con i suoi occhi neri, con le labbra rosse, con quel suo sorriso malinconico e dolce…Oh, com’era cara la sua Katarina!...E oggi il sole è già tramontato…Dov’è ora la sua Katarina?...Dove sono ora i suoi figli?...Il sole sorgerà per lui ancora una sola volta, una sola volta, in terra straniera!...“
Kumičić: „Il bano Petar, per addormentarsi più in fretta, ascoltava il rumore del vento e della pioggia, dopo essersi inginocchiato in preghiera davanti all’immagine della Beata Vergine. Quell’immagine era appesa al muro, in una bella cornice. Ascoltava quel rumore, ma non riusciva ad addormentarsi: pensava alla moglie, ai figli…Solo il buon Dio sa se li rivedrà ancora in vita!...Ora gli appariva davanti allo spirito il volto di Katarina, ora il volto di un figlio, poi di un altro, e poi gli sembrava di vederli tutti insieme, e desiderava distinguere il più chiaramente possibile ogni loro tratto, per sentirli più vicini…L’angoscia gli stringe il cuore: davanti al suo spirito si erge una terribile immagine – l’immagine di una Croazia squarciata.“
A Vienna implorarono la grazia, ma per un anno furono imprigionati a Wiener Neustadt, nonostante Petar Zrinski avesse scritto al re, in un latino elegante, una lettera in cui giustificava le proprie azioni e si appellava alla promessa del re secondo cui non gli sarebbe accaduto nulla se si fosse arreso. Elencò i grandi meriti del fratello Nikola e degli antenati, chiedendo su questa base la grazia. Tutto ciò fu vano – dopo un anno e un mese di prigionia, un giudice austriaco condannò a morte lui e il cognato in modo incostituzionale.
A Petar fu comunicato che gli era concesso un incontro d’addio con il cognato Krsto. Frankopan parlò per primo, dicendogli che era venuto a vederlo ancora una volta prima della morte, che lo pregava di perdonarlo per tutto ciò con cui lo aveva offeso, che lo ringraziava per avergli insegnato, fin dalla giovinezza, a non temere la morte, e che sperava che ora, come maestro e genero, gliene avrebbe dato ancora una volta buon esempio. Dichiarò inoltre che sarebbe morto volentieri se ciò avesse potuto salvare la vita a Zrinski, aggiungendo: „Con Dio, spero che domani ci abbracceremo nell’altro mondo, con maggiore conforto e pace di quanto non avvenga qui.“
Zrinski ringraziò Frankopan, con grande semplicità e grande calma, per essere venuto a trovarlo. Dichiarò di non temere la morte, poiché l’aveva già vista tante volte nei primi scontri e la conosceva da tempo, ma gli dispiaceva che anche lui, Frankopan, dovesse morire. Gli perdonò tutto e lo pregò di perdonare lui a sua volta…Poi si abbracciarono, si baciarono, augurandosi l’un l’altro un ultimo „Con Dio“! „Dunque, coraggio, domani a quest’ora ci abbracceremo nell’altro mondo“.
„Reverendo e buon padre, pregate Dio per la mia patria. Oh, se sapeste come è stata calpestata! Pregate per lei! Perdono… – rabbrividì Zrinski, consegnò il crocifisso al confessore, si tolse la dolama, estrasse dalla tasca un fazzoletto di seta, splendidamente ricamato d’oro, lo guardò, lo baciò, sospirò con il dolore più grande: „Oh, Katarina mia!...
Zrinski si inginocchiò, guardò il sole, baciò quel fazzoletto di seta, lo diede al servitore e lo pregò: „Jure, legami gli occhi con questo fazzoletto, addio, mio buon Jure. Questo fazzoletto me lo diede la mia Katarina per San Pietro, tre anni fa. Le sue mani lo ricamarono così bene…Se mai incontrerai la mia Katarina, la mia fanciulla – dà loro questo fazzoletto. Jure, non dir loro quanto ho sofferto…“
Petar Zrinski morì da eroe, senza paura, di morte da martire; gli fu tolta la vita con la violenza prima che potesse, con le parole del poeta Nikola Zrinski, „portare a termine la sua gloriosa opera”. Il popolo croato lo considera un proprio eroe e lo ha degnamente sepolto nella cattedrale di Zagabria, dopo che le sue spoglie mortali furono riportate da Wiener Neustadt nel 1919.
Con il fallimento della congiura, Katarina cadde in disgrazia presso la corte viennese, fu arrestata e condotta a Bruck an der Mur (non lontano da Graz). Nel luglio del 1670, insieme alla figlia Aurora, fu internata nel convento delle domenicane di Graz, dove morì nel 1673.
- Mladen Klanac
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