L’ho amata immensamente, dal primo giorno fino alla sua morte
Siamo stati sposati per mezzo secolo in un matrimonio felice.
Il nostro matrimonio è stato ideale. Se si potesse trasformare tutto questo in uno spot pubblicitario, direi: «Vivete il matrimonio così, come Cvijeta e io!». Lei è stata la felicità della mia vita. Vi prego di non prenderlo in modo banale.
La noia è sempre stata una parola estranea e sconosciuta nella nostra vita.
Oltre a visitare le città, ci attraevano gli spazi del silenzio.
Due giorni fa, all’età di 94 anni, è morto l’accademico Viktor Žmegač, un uomo speciale: caro, calmo, affidabile, preciso. Come un uomo rinascimentale, sa moltissimo – troppo – su fatti, eventi, persone, paesi, sull’arte, sulla vita. È gentile. Severo, persino con se stesso. È germanista e croatista, professore emerito della Facoltà di Filosofia di Zagabria, scrittore, storico, musicologo, teorico della letteratura e dell’arte, scrittore di viaggi.
Negli ultimi quindici anni circa, il professor Žmegač ha scritto una decina di libri straordinari sulla civiltà, la cultura e l’arte d’Europa. Ama sopra ogni cosa la cultura e l’arte d’Europa, che considera il centro del nostro pianeta. È un erudito. Di prim’ordine. È così: conosce a fondo ciò di cui si occupa o che studia.
Fu sposato con Cvijeta, autrice di manuali di tedesco e insegnante perfetta nelle scuole di lingue straniere: «L’ho amata immensamente dal primo giorno fino alla sua morte. Siamo stati sposati per mezzo secolo in un matrimonio felice. Gli anni che seguirono, fino alla fine, sono stati l’unica tragedia della mia vita. Ha dovuto vivere in una casa di cura, in condizioni sempre più gravi. È stata colpita da una malattia inguaribile, a decorso lento. Non esiste terapia. Ancora oggi non passa giorno senza che io ricordi episodi del nostro matrimonio. Non era soltanto bella, cara, devota alla famiglia, era anche estremamente spiritosa, piena di battute e arguzie. Il nostro matrimonio è stato ideale. Se si potesse trasformare tutto questo in uno spot pubblicitario, direi: «Vivete il matrimonio così, come Cvijeta e io!». Lei è stata la felicità della mia vita. Vi prego di non prenderlo in modo banale.
Saremmo rimasti felici ancora a lungo se non l’avesse colpita una grave malattia, l’Alzheimer. Questa malattia è particolarmente insidiosa, porta alla perdita dell’orientamento e al non riconoscere più le persone, persino i più cari. Tornerò agli anni felici, che erano felici già per il fatto che avevamo cresciuto due figli meravigliosi, una figlia e un figlio. Ma forse ci sarebbe stata meno armonia se non ci fossimo completati a vicenda per carattere».
«La noia è sempre stata una parola estranea e sconosciuta nella nostra vita. Quando qualcuno dice che si annoia, non ho la minima idea di cosa significhi. Cvijeta si prendeva cura della famiglia, era un’insegnante di tedesco esemplare, scriveva manuali, eccoli lì sullo scaffale. Ha studiato a Zagabria e ad Amburgo. Al di fuori del lavoro trovava il tempo per divertirci con abili imitazioni dei nostri conoscenti o di personaggi pubblici. Aveva un gusto letterario raffinato.»
Cvijeta è stata, fino alla malattia, straordinariamente laboriosa: «Ci univa anche la lingua tedesca. Era figlia di un austriaco. Nel 1950 ci siamo entrambi iscritti al corso di germanistica a Zagabria. Là ci siamo conosciuti. La sua malattia è stata per me una tragedia, l’unica della mia vita.» Mentre era malata, era lui a servirla, perché lei non riusciva ad alzarsi dal letto: «Non ho pianto una sola volta accanto al suo letto. Non me ne vergogno, perché non voglio avere a che fare con i sostenitori di miti maschili primitivi secondo cui un uomo non deve piangere. Pazzi o stupidi, o entrambe le cose. Come se l’insensibilità fosse una virtù umana. Scrivo molto, perché con la sola tristezza non si può vivere. La macchina da scrivere – la letteratura e la grande musica, soprattutto Bach – sono il mio conforto. Non ho paura di piangere, anche se ci sono certe teste presuntuose che dicono: “Le lacrime non sono per gli uomini”. Ma non è così…». A questo proposito si è espresso in modo un po’ brusco, non concordando con questa affermazione: » È umano piangere! È umano amare!« E tutto questo Žmegač lo ha dimostrato verso la sua cara Cvijeta. In questo contesto, Viktor è un esempio vivente di come si possa essere buoni anche quando un amore simile viene messo alla prova.
Cvijeta aveva già scritto, ancora durante gli studi, una tesi di laurea sul concetto di tempo ne ‘La montagna incantata’ di Thomas Mann: »Non posso non menzionare l’articolo ‘Viaggi’ pubblicato nel Vijenac del 12 marzo di quest’anno, dedicato ai nostri viaggi. Nei numerosi viaggi con mia moglie Cvijeta, con due automobili: « per molto tempo una Volkswagen 1300, e più brevemente una Fiat Uno 45. Ci hanno trasportati fedelmente per più di 40.000 chilometri, pari alla lunghezza dell’equatore, anche se abbiamo viaggiato solo in Europa. Entrambi eravamo sempre inclini agli scherzi verbali e a raccontarci barzellette. Era una sorta di essenza del nostro rapporto. Ci divertivamo durante il viaggio con giochi di parole.
Abbiamo attraversato Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Germania, Svizzera, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia. In Austria e in Germania abbiamo visitato quasi ogni angolo, dal Tirolo al Mar Baltico«. Nelle grandi città avevano una formula magica: »entrando a Parigi, guida sempre dritto, non lasciarti confondere dagli incroci, e ti troverai davanti all’hotel. La formula era affidabile. Forse ci saremmo comunque persi se Cvijeta non avesse tenuto sulle ginocchia la pianta della città, così grande da collegare il volante al finestrino destro. Quando necessario, facevamo lo stesso anche negli altri paesi. Sui sedili posteriori giacevano le mappe delle città e dei paesi. Cvijeta era molto abile nella lettura delle piante delle città. Sapeva distinguere molto rapidamente ciò che era essenziale da ciò che non lo era per i nostri percorsi: i tipi di strade, i collegamenti più brevi, i sottopassaggi per uscire dall’autostrada verso le aree di sosta.
Oltre a godersi la visita delle città, amavano in modo particolare le gite nella natura: «Ma ancora più delle città ci attraevano gli spazi del silenzio. Una delle prime impressioni più forti fu una sosta di diverse ore sulla riva del lago di Walen, nella parte orientale della Svizzera. Provenendo dal piccolo principato del Liechtenstein (di cui percorremmo a piedi la parte meridionale, come per una passeggiata di un giorno), ci trovammo, seguendo una cosiddetta strada provinciale, davanti a un lago che conoscevo indirettamente dagli studi di musicologia in Germania. Liszt aveva infatti dedicato all’atmosfera di quel lago limpido e tranquillo un episodio del ciclo di composizioni pianistiche dedicate al viaggio in Svizzera. A quell’idillio autentico (e non confezionato per i turisti) si addicevano di più i panini comprati nel Liechtenstein. Ci sistemammo sull’erba e ci abbandonammo del tutto a quell’atmosfera, del resto senza sentimentalismi: le focaccine con il prosciutto non erano meno importanti. “Indimenticabile” non è una frase fatta. Fino alla grave malattia di Cvijeta, parlavamo spesso del lago di Walen: per noi due era diventato un simbolo di bellezza».
Durante le gite, Cvijeta aveva sempre a portata di mano una piccola macchina fotografica: «Conservo tutti questi scatti di paesaggi, del mare aperto, di navi, di isole. Le macchine fotografiche amatoriali dell’epoca erano discendenti della celebre Kodak, affermatasi già verso la fine del XIX secolo. Nella villa c’era un ottimo pianoforte, così organizzavamo concerti serali. Cvijeta era l’organizzatrice, e io suonavo a quattro mani con un collega olandese, Mozart e Schubert. A Cvijeta piacevano le lunghe passeggiate notturne dopo cena. Avevamo le chiavi della villa. E camminavamo a lungo… È sfavorevole il fatto che, attraversando i confini, ci troviamo in un’altra situazione comunicativa. Se non conosciamo quell’altra lingua, allora diventiamo improvvisamente, in pratica, analfabeti. Per questo siamo tenuti a imparare le lingue straniere, il che, d’altra parte, è una grande ricchezza. È una consapevolezza linguistica il fatto che conoscerai al meglio la tua lingua madre se conosci anche un’altra lingua, perché così puoi confrontarle, e tutto smette di essere ovvio di per sé. Chi ha orizzonti ristretti pensa che quattro casi siano ovunque nel mondo un numero normale, senza sapere che in certi luoghi ce ne sono sei, sette o persino quattordici, come nella lingua finlandese. Dunque nulla, nella vita e nella cultura, è ovvio di per sé, e la consapevolezza di questa alternativa si risveglia attraverso il confronto. Si potrebbe dire che il paragone è il fondamento di ogni scienza, nel senso di un pensiero, un’osservazione e una sperimentazione sistematici».
È nato a Slatina, ha vissuto a Zagabria: «La Croazia è la mia vera patria, la Germania e l’Austria lo sono in parte spiritualmente. Durante la guerra non ci fu né vantaggio né danno. Fu decisivo il fatto che mio padre fosse medico, e quindi tutti avevano bisogno di lui. Qualcuno disse per scherzo che in guerra la cosa migliore è essere medico o impiegato statale. Le malattie ci sono sempre state, e le persone hanno anche una certa propensione per le marce militari. Poiché sono cresciuto bilingue, durante gli studi in Germania nessuno si accorse che non ero tedesco».
Un’infanzia straordinariamente felice nella natia Slatina fu distrutta dalla guerra: « Un orrore. È storia collettiva, non solo mia, individuale. Per fortuna ero troppo giovane per l’esercito, avevo una grave itterizia e alcuni segni di diabete, che si rivelarono presto un falso allarme. Andavo al ginnasio di Virovitica come cosiddetto pendolare in treno. Ogni giorno da Slatina a Virovitica e ritorno. Molto faticoso, specialmente d’inverno. Ne ho passate di tutti i colori. Devo moltissimo, moltissimo, a mio nonno materno, pastore evangelico, dunque luterano. Disprezzava i nazisti perché avevano vietato le opere di Heine e distrutto il monumento al grande compositore Mendelssohn, che era anch’egli di origine ebraica, ma un evangelico appassionato.
Mio nonno mi portava in gita, siamo stati sulla Drava, nei boschi del Papuk, a Voćin, e da Orahovica siamo andati alle rovine della fortezza medievale di Ružica. Soggiornavamo spesso nella nostra vigna. Nelle giornate limpide si vedevano i profili delle torri di Pécs. Devo soprattutto a lui, a mia nonna e a mia madre la mia inclinazione per la musica e l’arte. Lo stesso vale per l’educazione letteraria. Mia madre mi ha impartito le basi del pianoforte, e ho ascoltato mia nonna materna suonare corali di Bach in chiesa. Mio nonno aveva una grande biblioteca, dalla Bibbia nella traduzione di Lutero fino a Thomas Mann. Dell’acquisto di nuovi libri per bambini, per esempio di Erich Kästner, si occupava mia madre. Da bambino leggevo per lo più opere tedesche o traduzioni tedesche di scrittori inglesi e francesi, mentre ho scoperto la letteratura croata solo al ginnasio, ma subito con le opere più alte. Al nonno materno ho dedicato il mio libro precedente, una storia della cultura tedesca, "Da Bach al Bauhaus".
Non riuscii a completare il quarto anno del ginnasio inferiore, perché i partigiani piazzavano mine sotto le rotaie del treno. Un giorno mi trovai anch’io su un treno fatto saltare in aria. Il boato e il ribaltarsi dei vagoni non li dimenticherò mai. Poiché non potevo più viaggiare, mi restava, nella casa dei genitori, molto tempo per leggere. Lessi il romanzo per ragazzi di Kästner ‘Emilio e i detective’ e opere simili, per esempio ‘Huckleberry Finn’ di Mark Twain nella traduzione tedesca.
A un certo punto trovai nella biblioteca di famiglia i ‘Glembay’ di Krleža. Dell’autore sapevo molto poco, a scuola, fino al 1945, non veniva mai menzionato. Vecchi fumetti, Mark Twain e i Glembay – un miscuglio eterogeneo, ma utile. Il ciclo drammatico nell’edizione Minerva mi conquistò del tutto. Forse anche perché la mia lingua materna è il tedesco. Basta leggere le prime pagine dei dialoghi. Sentii cosa fosse un’azione drammatica concentrata, e riuscii a seguire i conflitti familiari.
La parte più bella è stata l’infanzia, senza politica; gli anni più difficili sono stati quelli dai dodici ai diciotto. Dopo sono arrivati il matrimonio e giorni felici con figli meravigliosi – la figlia Aleksandra e il figlio Andrej – anche se per molto tempo ho continuato a sentire il trauma dell’infanzia: gli sguardi disperati dei bambini ebrei, miei compagni di scuola, che nel 1941 furono stipati in vagoni bestiame e mandati a un destino senza ritorno. Nel libro "Da Bach al Bauhaus" ho messo in evidenza il grande ruolo degli ebrei tedeschi nella vita culturale. È un’espressione modesta del ricordo delle sofferenze di quegli anni».
Scriveva a macchina: «Sebbene sia tecnologicamente arretrato, per i cellulari scendo in trincea. Li difendo. I cellulari sono assolutamente necessari, hanno salvato molte vite. Sono stupidi solo quei giochi infantili sugli schermi di computer e telefoni. Sono un’alta scuola per creare idioti. Più sono perfezionati, maggiore è il pericolo se finiscono nelle mani di una scimmia metaforica. La scimmia sull’aereo, è l’immagine di Krleža tratta da ‘I giorni lontani’. Non sono passato al computer perché temo che internet potrebbe rendermi dipendente, così come ogni tanto non riesco a resistere a sfogliare le enciclopedie. Scrivo direttamente, per lo più senza appunti, su una macchina da scrivere elettrica. Non c’è bisogno di essere paranoici, ma si ha la sensazione, come oggi molte persone, che tramite il cellulare qualcuno ti stia continuamente ascoltando, seguendo e scaricando tutti i tuoi dati. Io perciò spengo il cellulare, e improvvisamente non esiste più il “Grande Fratello”».
Suonava il pianoforte quasi ogni giorno. Suonava musica classica, naturalmente: «Amava suonare con altri: “Prima suonavo spesso con la pianista Srebrenka Poljak brani del repertorio per pianoforte a quattro mani. E, con Milka Pravdić, professoressa all’Accademia di Musica, suonavo composizioni per clarinetto e pianoforte. Schumann, Hindemith, Finzi. Con la collega Poljak l’accento era su Bach, Mozart e Reger. Tutto dipende dall’evolversi della situazione”.
Sul nostro tempo, in generale, dice: «La nostra epoca non è né migliore né peggiore di tutte le epoche dell’umanità. Certo, è diversa. La realtà storicamente documentata comincia – con le guerre. Cina, Egitto, l’antica Grecia e Roma offrono veri e propri cataloghi di violenza. Non è un caso che la più antica opera a noi nota della letteratura europea inizi con l’“Iliade” di Omero, un poema sulla sanguinosa guerra tra le città greche e Troia. Né il re greco né i familiari del re troiano sono, secondo le descrizioni del poeta, tali che affideremmo loro l’educazione dei bambini nei nostri asili. In tutta quella società la più intelligente era Cassandra, figlia del re troiano. Le sue profezie erano perfettamente esatte, e proprio per questo i signori non le volevano credere. Qualche tempo fa qualcuno ha inventato l’espressione "nella banana", un modo di dire scherzoso per indicare che il mondo è impazzito. È una descrizione esatta della condizione del mondo. Nell’epoca napoleonica si diceva che la guerra fosse una cosa troppo seria per lasciarla ai generali. Oggi il denaro è una cosa troppo seria per lasciarlo nelle mani di certi banchieri. Si potrebbe arrivare fino ad affermare che i dolci sono una cosa troppo seria per lasciarli ai pasticceri. Ma scherzi a parte.
Ritengo che sia davvero giunto il momento di stabilire che la Terra è così preziosa da non poter essere affidata alle persone di oggi. "Devi cambiare la tua vita" recita l’ultimo verso di una grande poesia di Rilke. Penso che sia un messaggio globale». Per i motivi citati, la paura c’è sempre stata. I volti della paura cambiano. Come storico della cultura so che nei periodi precedenti l’Illuminismo lo strato dei cosiddetti uomini comuni temeva gli spiriti maligni, i licantropi e tutto quel repertorio assurdo. Ne ho scritto di recente sul Vijenac, nell’articolo ‘Trasformazioni della notte’. Del resto, anche qui possiamo richiamarci a un’opera letteraria. Accanto a Eliot, il più grande poeta angloamericano del secolo, Auden pubblicò nel 1947 un poema dal titolo emblematico: ‘L’età dell’ansia’. In esso allude anche alla bomba atomica, che è una delle fonti di quella paura sorda. Una sola pressione, provocata per errore, sul pulsante rosso, e in un istante torneremmo a una realtà rispetto alla quale persino l’età della pietra sarebbe stata piuttosto confortevole».
Anche nel periodo dell’isolamento dovuto al coronavirus, con più di novant’anni sulle spalle, ha vissuto attivamente: « Un tempo ero uno sportivo attivo – giocavo a tennistavolo, mentre oggi cammino ogni giorno a passo svelto, per lo più verso sera. Non posso vantarmi di avere particolare cura di me, mangio poco, ma amo il cioccolato, specialmente quando scrivo. Lavoro molto e leggo molto. Ritenete che io sia calmo. Ogni volta che posso lavorare, sono soddisfatto. Oggi possono rallegrarmi anche i figli e i nipoti. Oggi milioni di persone in tutto il mondo vivono così, non solo gli anziani. Sono proprio i giovani a essere minacciati dalla quarantena, se nel momento sbagliato della pandemia si trovano nel posto giusto, ossia sbagliato. Nell’infanzia ho sentito per la prima volta la parola quarantena perché mio padre era medico. Viaggiare in nave oggi è particolarmente pericoloso. All’improvviso ti ritrovi su una nave da crociera con la bandiera gialla. Ginnastica? Sì. Raccomando esercizi speciali per rafforzare i piedi, una specie di piegamenti sulle ginocchia, un’immaginaria pedalata in bicicletta sul divano. Ecco, se le condizioni fossero normali, potrei, in tarda età, fare il tecnico sanitario. Possiamo rafforzarci e affrontare lo stress se non facciamo dieci cose alla volta. Stress e confusione sono fenomeni affini.
Ho dei figli meravigliosi, estremamente devoti. Aleksandra e Andrej, li chiamiamo Tala e Andi. Si prendono cura di me in modo ideale. Tala. Cucina in modo abbondante e ricercato. Andi si occupa degli acquisti al negozio e in panetteria. Un tempo circolava il libro ‘Come cucinavano le nostre nonne’. Ora se ne potrebbe scrivere uno nuovo intitolato ‘Come cucinano le nostre figlie’. Tala cucina in modo perfetto. Ha ricette proprie. Per esempio: bulgur con carne tritata e carote. Il mio consiglio: scrivetelo e ricordatelo. Quando si vive come vivo io, resta molto tempo per il lavoro. Non so chi dei due io ami di più, e ammiro i loro talenti. Di certo hanno grande successo nelle rispettive carriere. Ci sono poi il nipote Radovan, ingegnere edile passato alla programmazione, e la nipote Jana, architetta, entrambi con riconoscimenti professionali.
Sulla politica dice: «C’è un vecchio detto secondo cui non devi interessarti di politica, è la politica a interessarsi di te. Seguo regolarmente le notizie politiche, nazionali ed estere, ma non ne sono affatto entusiasta. È bene essere scettici; in certi paesi stranieri, in televisione, spesso si imbroglia. È bene solo ciò che conviene proprio a qualcuno. Per questo, se gli orari coincidono, per me è più importante il calcio. Se giocano squadre di prim’ordine, ne divento dipendente. Non mi perdo nemmeno una partita. Allo stadio non ci sono mai andato. Le trasmissioni televisive, con i dettagli della telecamera mobile e i commenti, sono più ricche.
Sulla cultura: «La cultura deve essere affascinante e raffinata, altrimenti non è nulla. Lo ha detto Baudelaire. Era rivoluzionario? No. Consiglio: immergere il naso nella letteratura specialistica.» L’erudizione è un concetto ampio. Mi lavo da solo la biancheria intima e i calzini. Anche questa è erudizione».
Su Dio: «È un enigma senza soluzione. Ognuno deve trovare la propria risposta. L’essere supremo è un concetto di fede, di religione. Alcuni credono, altri non credono, e a molti è indifferente. Degli atei si dice giustamente che sono, in realtà, religiosi in negativo. Se neghi qualcosa, confermi indirettamente che esiste l’oggetto di quella negazione. Sul perché esistiamo dovrebbe interrogarsi ognuno. Il problema è dunque antichissimo. È stata espressa l’opinione che lo scopo della vita sia la vita stessa. Questa è solo apparentemente una tautologia. La vita non è un flusso meccanico. Le si deve aggiungere un senso con il proprio sforzo, ogni persona a modo suo. Questo pensiero, nel XX secolo, lo ha espresso con la massima chiarezza il classico francese Camus. Detto per inciso, Camus viene spesso paragonato al suo connazionale Sartre. Tuttavia Sartre, in senso etico, non arrivava nemmeno alle ginocchia di Camus».
La scrittrice Julijana Matanović testimonia su Žmegač: «Da bambina mi fermavo spesso accanto alla villa degli Žmegač. Ero felice quando nel cortile scorgevo la signora dai capelli grigi ben curati, in un abito a fiori. Nella nostra piccola provincia le donne della sua età vestivano abiti scuri. La moglie del defunto dottor Žmegač parlava tedesco ed era madre di due figli. Il maggiore era insegnante nella nostra scuola elementare, e il minore, di nome Viktor, un grande studioso a Zagabria. Anche coloro che non lo conoscevano lo ammiravano. La storia del suo successo veniva tramandata dai più grandi ai più giovani. E anche noi crescevamo, allargando via via i nostri sentieri, perché sapevamo che qualcuno di grande vi aveva camminato prima di noi.
Per me è stato un sostegno nei corridoi della Facoltà di Filosofia. Riconosceva le paure, apriva le braccia e mi convinceva che ciò che facevo aveva davvero un senso. Sapeva, invitandomi come relatrice alle presentazioni dei suoi libri, che era io ad averne bisogno. E mi ringraziava, sebbene non ne avesse motivo. Sono ben consapevole che in me non vedeva soltanto una persona che interpreta frasi scritte, ma anche qualcuno che sa quale ombra offra il parco di Đurđenovac nelle calde giornate di luglio. Ti sono grata, Viktore, per ogni secondo, per ogni parola rivolta a me. Nella tua vicinanza tutti noi diventavamo più grandi. E tu eri più alto di tutti noi, e di tutti loro. Perché i dotati non temono quando i più deboli crescono accanto a loro. Esiste il Tempo di Viktor Žmegač, e il tempo dopo di lui.
Pavao Pavličić dice che: «come uomo era semplice e modesto, responsabile e disciplinato, quasi asceta nei bisogni della vita. Ma negli obiettivi scientifici e professionali che si poneva non conosceva limiti. L’asticella, già posta molto in alto, la superava regolarmente e abbondantemente. Lo spazio che occupava nella cultura croata, nella scienza della letteratura e nella vita pubblica è talmente grande che dietro di lui resta un vuoto enorme. Cercheremo di colmarlo con il ricordo delle sue opere brillanti, delle sue lezioni geniali e delle sue apparizioni pubbliche. Da un lato è stato un docente universitario straordinario, dall’altro ha portato alla comunità in generale numerose intuizioni e conoscenze. Mi ha colpito particolarmente, negli ultimi tempi, il fatto che anche in età matura scrivesse molto e bene. In questo può essere un esempio per tutti i giovani studiosi e scrittori. Anche prima era produttivo in questo campo, ma negli ultimi dieci anni ha trovato nuovi temi. Mi interessano in modo particolare i suoi libri sulle città. E il fatto che, negli ultimi tempi, abbia introdotto nei suoi testi anche una dimensione memorialistica. Ha scritto della sua infanzia e giovinezza a Đurđenovac, Slatina, Osijek… È una prosa eccellente, ma anche un prezioso documento del suo tempo. Tutto sommato, dal professore abbiamo imparato molto, e continueremo a imparare. I suoi libri vanno letti più volte e capiti a fondo. In questo senso possiamo almeno in parte colmare la sua scomparsa."
Svjetlan Lacko Vidulić, scrittore e professore di germanistica: «Era sempre pronto a conversare, erano racconti di un’ampiezza incredibile. Ogni scambio di parole con lui si trasformava in un panorama del sapere europeo, ma anche umano. Quando ho saputo che era morto, mi sono gettato nella lettura di alcuni suoi articoli. Mi affascina come un uomo con una sola testa e un solo cervello avesse una memoria incredibile, ma anche una strana capacità di sintetizzare in modo vivido ciò che sapeva. Univa conoscenze provenienti da campi diversi in un modo che era proprio soltanto suo. Forse mi sbaglio, ma penso che in Croazia non esista più nessuno capace di collegare i fatti nel modo in cui lo faceva lui, e mi riferisco in particolare al suo lavoro nel campo della germanistica. Era uno su un milione"».
Il suo ultimo testo, «Figure simboliche della letteratura europea», è stato pubblicato sei giorni prima della morte nel quindicinale della Matica hrvatska, il Vijenac.
- Mladen Klanac
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