Quando crescerai ti batterai ancora più forte di oggi. E su una barca più grande. E supererai i venti e le tempeste che ti attendono.
«All’uomo sono dati la libertà e un modello. La libertà, per sentirsi padrone in casa propria, per cercare liberamente la verità e nuove vie. Il modello, per potervi salire, per avere una meta verso cui andare.»
Ivo Mašina nacque a Preko nel 1927, da Ivo e Marica. Proveniva da una famiglia numerosa, con nove figli. Visse, come dice Mladen Dorkin, «per un mondo nella libertà, per un mondo nella bellezza. Nel suo cuore non c’era posto per l’egoismo, per le tenebre, per l’odio e per la vendetta. Visse per l’ideale dell’Amore e della Libertà. Nella sua visione, questo è Gesù Cristo, Dio e uomo perfetto. Per questo aspirava a offrire se stesso come vittima perfetta, che avrebbe offerto con cuore puro per la libertà della Patria, per il diritto ai sogni e alla fede che si possono e si devono realizzare, come vittoria del bene sul male, della luce sulle tenebre. Il sogno di Ivo Mašina è un uomo completo e felice, libero nei suoi pensieri, nelle sue aspirazioni, nelle sue volontà, divinamente eretto nella dignità, in un popolo altrettanto libero e felice, in una dignità sovrana e fiero».
Studiò a Dubrovnik, a Zara e infine a Zagabria, dove nel 1948 si iscrisse a storia. A Zagabria, insieme ai suoi compagni di Preko, fondò la rivista Parapet, che diresse. Dal 1954 lavorò come laureando in storia presso l’Archivio di Stato di Zara. Lo stesso anno fu arrestato e condannato a un anno e mezzo di carcere. In seguito tornò a Zagabria per completare gli studi, ma fu arrestato e condannato a 11 anni di carcere duro. Fuggì dal carcere preventivo e si nascose, varcò il confine ma tornò indietro, non volendo lasciare solo la guida ferita. Fu condannato di nuovo, a 15 anni. Scontò di nuovo la pena a Stara Gradiška, dove morì in isolamento nel 1961, dopo meno di un anno. I suoi resti mortali rimasero a Stara Gradiška fino al 1998, quando furono trasferiti nel suo paese natale, Preko. Autentico interprete del Vangelo, con la sua vita e la sua opera testimoniò Cristo; sulla linea dei propri ideali fu potente e straordinariamente coraggioso, coscienza e consapevolezza del suo tempo nella lotta per l’integrità universale dell’essere umano e del popolo che amava, per il suo diritto naturale a essere libero e sé stesso in casa propria, nel lavoro, nella creazione, nell’onestà, nella dignità, nel progresso, pari ad altri popoli nella propria missione umana e divina».
Fra Rudi Jerak, che più di ogni altro contribuì a formare la persona di Ivo Mašina, i suoi ideali patriottici e cristiani, ed egli stesso partecipe della sorte del carcere, racconta così: «A Ivo, nostro martire, prego ogni giorno come a un santo. Gli donai una corona del rosario proveniente dalla Terra Santa, molto tempo prima del carcere. E un giorno, quando picchiarono anche me, e poi aprirono anche la cella di Ivo, sentii Ivo protestare a voce alta: “Non avete il diritto di togliermi il rosario, e per legge io ho il diritto di professare la mia fede.” Gli tolsero il rosario, e poi la guardia aprì la mia cella: “Sai tu cos’è questo?” – “Lo so” – risposi – “è il rosario che poco fa avete tolto a Ivo.” Donando proprio a Ivo il rosario, avevo l’intenzione di approfondire la sua fede, perché così avrebbe potuto dare di più al proprio popolo anche nella lotta politica. Di notte sentivo arrivare le guardie che torturavano Ivo, sentivo i suoi singhiozzi, ma mai un lamento – così come nemmeno io mai ho gemuto, né pianto. Ma sì, ho pianto, quando torturavano Ivo. Ivo morì anche a causa del metodo della fame, ma soprattutto per le percosse, era tutto malconcio, con le costole rotte, i reni percossi…
Lo conobbe il giorno della prima Comunione, sull’isolotto di Školjić. Tutti i bambini erano presenti, tranne uno. Su una barchetta troppo grande per un bambino, remava un piccolino tutto vestito di bianco, che al mio richiamo approdò a riva, stanco ma sereno: «Ragazzo mio, sei ancora troppo piccolo per quei remi, ma quando crescerai, ti vedo, ti batterai ancora più forte di oggi, e su una barca più grande, e supererai, lo so, i venti e le tempeste che ti attendono.»
In tutto mostrò amore per la famiglia, per il paese natale e per la Patria. Questo amore è compassionevole, profondo e attivo – tenero verso la madre e il padre, premuroso verso fratelli e sorelle, caldo verso i parenti stretti e gli amici. Il paese natale di Preko «resterà per sempre profondamente inciso nei nostri cuori, perché quel paesaggio è parte della nostra personalità, parte di noi stessi. Qui siamo nati, qui abbiamo visto la luce del mondo e iniziato la vita. Siamo germogliati da questo carso, e tutto ciò è nostro, e noi siamo parti vive di queste pietre, di questa spiaggia e di questo mare. Di queste colline miti – di questo sole e di questo cielo, che in nessun altro luogo è così attraente e bello.
La madre – l’essere più caro – come anche la Patria – simbolo di devozione, di pace, di abnegazione e di felicità, ed è questa l’essenza della vita, è questo ciò per cui vorrei vivere e morire». Il calore del focolare domestico, l’amore reciproco e l’affetto si sentono in ogni lettera, in ogni parola:
«Mia cara mamma, mi affretto a farti gli auguri per il tuo caro compleanno. Come vorrei ora esserti accanto, per baciarti e abbracciarti forte! Anche se non mi vedi, io sono accanto a Te, mamma, e prego Gesù per la Tua salute, per la Tua pace e per la Tua consolazione. Vorrei renderti felice!, ma non so con cosa, così prego Gesù di mandarti la Sua gioia. Mi comunicherò per il Tuo compleanno; so che questo Ti sarà un caro dono. Sto bene e in salute; la primavera è già arrivata, e mi sono in qualche modo rinato. Per Pasqua, purtroppo, non posso tornare a casa, ma nemmeno l’estate è così lontana. Studio. Ora mi sono iscritto all’ultimo semestre degli studi, così a giugno completerò i corsi. Questo significa che finirò di seguire le lezioni. Circa un anno dopo – spero – mi laureerò, e così concluderò gli studi e tutte queste fatiche. C’è la possibilità che alla fine mi assegnino Zara, il che mi farebbe piacere, anche perché saremmo vicini. Mia cara mamma, so che hai molte preoccupazioni, ma ora lasciale ai più giovani, e Tu aspetta giorni migliori e più belli, che non sono così lontani. Certo, dovremo ancora passare attraverso molte cose, ma dopo ogni Calvario segue la Resurrezione. Guarda avanti con serenità, mamma, e non temere per noi – i tuoi figli, poiché ci hai insegnato a percorrere la via che promette la Vita. Che Te ne sia perciò mille volte grazie, e che Dio Ti benedica! Ti bacio la fronte e le mani, mammina.« Tuo Ivo
«Mia cara mamma, ti scrivo una lettera gioiosa per Natale. Non piangere perché non ci sono. Che con Davor addobbiate il presepe e l’albero. Qui, nel mio cuore, ho fatto un grande, dorato albero e una mangiatoia per il Bambino Gesù. Verrà il Giusto nel cuore del giusto, perché così ha detto. Suonano tutte le campane nei miei tessuti, la mia anima è un usignolo canterino nel cespuglio. Grazie a Te, mammina, per questo sentimento che supera ogni sentimento. Grazie a Te e alla Grazia. Perché non c’è idea più sublime dell’idea dell’Amore. Ecco, nasce l’Amore al mondo, ecco, nasce l’Amore in me. Cosa può farmi di male il mio nemico, quando io lo amo? La mia croce è dolce e il mio peso è leggero, così leggero che non lo sento diversamente che come felicità. E allora come potresti essere triste per tuo figlio? Rallegrati con me, perché sta scritto: muterò la vostra tristezza in gioia, i sospiri in grida di giubilo, le vostre lacrime in sorrisi. Sono qui, nel tinello, accanto all’albero, e canto. Ardono le candeline sull’albero e il loro riflesso nei Tuoi occhi. Arde in noi la luce di Cristo. Le tenebre sono state disperse dalla fiaccola dell’amore, perché Dio amò così tanto il mondo, da mandare il Suo Figlio sulla Terra, a soffrire e a patire. C’è forse un esempio più grande d’amore, può la fantasia umana immaginare un esempio simile? Il luminoso esempio di Cristo, come un faro davanti a noi. Amiamo, affinché stanotte siamo felici alla presenza del nostro Signore, compiendo il Suo pieno comandamento. E la Sua grazia sia su di noi. Avendo queste due cose – l’Amore e la Grazia – siamo abbastanza ricchi e non chiediamo più nulla. Rallegrati, mammina, per questo Natale, e non piangere perché non ci sono, per addobbare con Davor il presepe e l’albero. Qui, nel mio cuore, ho fatto un grande, dorato albero e una mangiatoia per il Bambino Gesù. Verrà il Giusto nel cuore del giusto, perché così ha detto. « (Scritto in prigione – Zagabria, via Đorđićeva, Tribunale distrettuale – prima di Natale del 1954.)
«Mia cara mammina. So che la primavera è arrivata, come sempre, nel Tuo giardino e nel nostro jardin, e questo significa – ecco anche il Tuo compleanno! Il Tuo tempo, cara mamma, colmo di dolore e di coraggio! I Tuoi anni, nei quali siamo cresciuti, il Tuo volto meraviglioso, che non potremo mai superare! Così Ti guardo e così resterai. Domenica è il Tuo compleanno. Ho anche una Tua fotografia con me, sei sempre accanto a me. Ho anche dei biscotti, quei quadratini molto buoni, e caramelle da un pacco. Mi concederò uno strappo a Tue spese, e brinderò a Te con la limonata (che Ti piace) invece che con il vermut. Spero che ora troverai un po’ di tempo anche per il tuo nipotino, e non solo per gironzolare per il giardino, e spero che anche il Tuo giardino sia rigoglioso e che tutto fiorisca bene. Penso alla Tua salute e se riesci a mangiare ancora qualcosa oltre a quei Tuoi „specialità“ acquose. Da me non ci sono novità. Sto bene e in salute. Leggo, gioco a scacchi, dormo bene e talvolta sogno: di solito il mare, i piroscafi e le gaete. Di recente mi si sono rotti gli occhiali, quindi mi aspetto che mi mandiate quegli altri miei occhiali, che ho portato dal servizio militare. Ti auguro ogni bene, cara mamma, per il Tuo compleanno, e soprattutto salute, pace e la benedizione di Dio. « Tuo Ivo
Visse fin dalla prima infanzia ispirato dal Vangelo, crescendo in una casa patriarcale armoniosa, in cui suo padre viveva la vita di un uomo «con la mano aperta, con il cuore aperto per tutti»:
«Cinque anni fa, in questo giorno di maggio, morì mio padre. Mi ricordo: era pura bontà. Il suo sguardo era così mite e nobile, il suo sorriso era sempre allegro e tenero. Anche se avrebbe potuto diventare ricco, preferiva essere un uomo povero con il cuore aperto per tutti. Ancora oggi mi capita di incontrare persone quasi del tutto sconosciute che, ricordando la sua memoria, lo celebrano come un santo. È rimasto nel migliore dei ricordi per tutto Preko e dintorni. Nel mio primo tema scolastico descrissi il mio distacco da mio padre all’inizio dell’anno scolastico, quando andavo in città con il piroscafo per studiare. Allora lui mi abbracciò e disse: «Studia, figlio mio, e sii un uomo!« Scrivevo questo guardando vivamente, nello spirito, il mio buon papà, come lo vedo ancora oggi: i suoi occhi nobili, il suo ottimismo, la gioia e la serietà sul volto. Non sapevo che non l’avrei più rivisto. Avevo allora 17 anni, quando rimasi senza padre. Erano tempi di guerra difficili. Era maggio, e so che quel giorno scrissi nel mio diario che le rose di maggio erano sbocciate per il mio papà. La terra indossò le sue vesti più belle, per accogliere in sé il suo buon cuore. Eravamo lontani (Ivo era a Zagabria), separati, o padre, mentre ci lasciavi. Mia madre mi raccontò come ci avevi lasciato. Lei – la nostra sofferente – patì come te. Piangeva mentre mi parlava di te, e anch’io con lei – anche se volevo consolarla. Piangeva, e tra le lacrime volle mostrarmi il tuo ultimo sguardo, che rivolgesti a lei. Uno sguardo pieno di dolore. Ti faceva male dover lasciare sola lei e tutti noi. Ma quello sguardo, conoscendoti, sicuramente voleva ancora dire: «Sii coraggiosa, Maria! Siate coraggiosi, figli!« Padre mio, anche noi verremo da te. Com’è meravigliosa questa nostra fede, che tu ci hai insegnato, e che ci promette che verremo da te, che saremo insieme. E fino ad allora – che il buon Dio conceda che i tuoi figli abbiano un cuore così, una tale mitezza, un tale amore negli occhi, come te – nostro papà.«
«Ho sempre amato scrivere – fin da bambino. Nei momenti più gioiosi della mia giovinezza scrivevo parole gioiose, piene di entusiasmo. E quando il mio cuore era triste – scrivevo e piangevo per intere notti. Allora l’alba mi portava sollievo – e un nuovo giorno. Da molto tempo penso a come iniziare a scrivere questo diario, senza trovare, nel caos dei miei sentimenti e pensieri, né capo né coda. Ma proprio questo è ciò che mi costringe a scrivere. Infine, se un uomo vuole vivere in modo ragionevole e onesto, deve anche concentrarsi, raccogliersi almeno per un momento, per poter valutare con precisione la posizione in cui si trova e la strada che percorre. Ho notato che i miei diari, in questo, mi hanno aiutato poco. I miei sentimenti intimi e più intimi e il problema della costruzione della propria persona devono essere, in questo diario, la cosa principale. D’ora in poi, attraverso di esso – attraverso il mio diario personale – voglio controllare me stesso, cercare di valutare esattamente i miei difetti e le mie virtù, e combattere i primi, e coltivare le seconde. Il mio diario saprà sempre dirmi: questo te lo sei posto come compito, questo l’hai compiuto, questo no – qui hai perso, e qui hai vinto la battaglia. E solo così potrò andare avanti nella costruzione del mio carattere…«
«Ogni volta che guardo dentro di me, nel mio intimo (e lo faccio spesso, perché voglio conoscermi il meglio possibile), trovo sempre qualcosa di nuovo. Questo nuovo cresce ed entra in conflitto con quello vecchio. Sento di essere un dramma. Un dramma sul quale il sipario non si abbassa nemmeno quando dormo. Qualcosa mi sveglia nel mezzo della notte o all’alba, e mi sento un uomo nuovo. E ora, guardando al mio «io» passato, vedo la corrente impetuosa di un fiume che scorre con violenza ed è, in ogni secondo, diversa e nuova. Ogni giorno sto davanti al Rubicone e ogni giorno getto il dado. Questa volta lo getterò davanti a Voi.
Cosa dirmi nel mio ventesimo compleanno? Non ho parole. Solo taccio e sento come in me ribolle il sangue – il sangue del ventesimo anno. Sogni, miei sogni! Arriviamo in porto. Ci siamo sempre più vicini. Nel terzo decennio i miei sogni diventeranno realtà. Abbiamo superato la prima giovinezza e andremo coraggiosamente nella vita. Salirò instancabile verso le mie care stelle…Come un nuovo Colombo conquisterò nuovi mondi. La prima stella risplenderà di libertà. Croazia mia! La seconda stella risplenderà del calore e dell’amore del proprio focolare. E la terza stella, che già ora risplende, brillerà ancora più forte. Sul crocifisso, il volto triste di Cristo! E cos’altro mi serve? Ho tutto. Come un viandante da terre lontane, porterò con me tutta la stanchezza e la sofferenza che incontrerò sulla via. E saprò apprezzare la vita. Perché essa vale quanto valgono i suoi ideali. Io amo la vita e non la darò a nessuno. E proprio perché amo la vita, cadrò prima di piegare il collo e diventare – una scimmia. Perché amo la Vita, che Lui mi dà, non morirò. La Vita – questa è l’Eternità, e l’eternità è in Lui.
Sebbene per ora abbia stabilito ufficialmente la sveglia alle 4, ciò non significa che debba restare sveglio a letto se per caso mi sveglio prima. Il principio recita: 1. Alzarsi non appena ci si sveglia 2. Studiare con coscienza e diligenza 3. Non oziare né perdere tempo 4. Controllarsi ogni giorno attraverso il diario. Sono consapevole del fatto che un carattere forte e saldo è il frutto di una lotta incessante e faticosa del giovane con se stesso e con cento difficoltà “oggettive“. Sono consapevole anche del fatto che l’acquisizione della conoscenza è il mio primo e più grande compito, perché solo così potrò dare il contributo più grande possibile alla realizzazione dei miei ideali. D’ora in poi tenderò a fare in modo che ogni mese della mia vita sia un’unità a sé stante. Che ogni mese abbia il proprio motto, il proprio programma, i propri doveri. Cercherò anche di redigere una rubrica mensile dove annotare i risultati miei e del mio lavoro, e così potrò anche confrontare i risultati dei singoli mesi. Questo diario, ne sono certo, mi aiuterà in ciò, se solo saprò controllarmi con costanza attraverso di esso…«
Quanto più rifletteva sulle condizioni del mondo, sulla società in cui viveva, sull’ambiente in cui si muoveva, tanto più giungeva alla conclusione che la via lungo cui lo conducevano la fede e il cristianesimo fosse l’unica via giusta, «e che devo essere davvero indicibilmente grato a Dio per la grande grazia che mi ha dato, di essere nato cristiano e di essere riuscito, nonostante tutte le turbolenze, a conservare nella mia anima la fede in Gesù Cristo, la fede in Dio e gli ideali evangelici«, che gli diedero una visione realistica del mondo e delle persone che incontrava: «Con voi comunisti è comunque difficile parlare. Tutti i rivoluzionari possiedono anche una certa dose di intolleranza, e senza tolleranza è impossibile un normale scambio di idee. Ho notato, compagno, nelle nostre conversazioni, che voi personalmente – sebbene forse un brillante comunista – possedete una dose minima di intolleranza. Una società ingiusta misura con una misura ingiusta, mentre una società giusta – con una misura giusta e comprensiva«.
E ricomincia sempre da capo – «Amici diem perdidi«, citando il giovane imperatore romano. «Basta con l’eccessiva mitezza! Devo essere aspro e crudele, per poter essere buono (Amleto). Tale è l’epoca odierna. Ma devo, prima di tutto, essere audace verso me stesso e sterminare difetti e vizi. Gli era cara la frase del Vangelo: «Siate astuti come i serpenti e semplici come le colombe.« Tutto lo interessa: dalle condizioni della politica mondiale e nazionale, al calcio, allo sci, ai film, alle condizioni sociali, alla compagnia e al cibo. Perciò non è solo. Intorno a lui c’è una moltitudine di persone. In molte occasioni compone e recita brindisi, i cosiddetti «vrabac« (passerotti), nei quali sapeva spesso scherzare a spese dei presenti.
Alla base della sua persona c’era forse il desiderio di vivere l’ideale dell’umanità e della fede: «Sì, noi uomini siamo per questo spesso insoddisfatti di noi stessi, perché ci accontentiamo di essere ciò che sono tutti gli uomini comuni, perché non amiamo tendere con piena forza e piena volontà verso grandi obiettivi. Questo fa di noi «piccoli uomini«, crea in noi un senso di poco valore e di scoraggiamento, e tutto si giustifica con la frase: Nemmeno gli altri sono migliori. Come piccolo uomo puoi fare tutto ciò che fanno gli altri. Ma se vuoi diventare un grande – c’è molto lavoro, molte cose sono proibite e serve molto sforzo… E questo ci spaventa. Allora ci consoliamo: che non bisogna essere ambiziosi, che è meglio essere piccoli, uomini comuni: semplici e modesti. No! – «Ou Chateaubriand ou rien« («O Chateaubriand o niente«). Così scrisse il piccolo Victor Hugo. Anche lui avrebbe potuto essere un uomo modesto e semplice. Ma volle essere Chateaubriand e divenne Victor Hugo. Oh, Victor Hugo, stasera ho osservato la vostra anima! Come sono vicine le nostre anime, l’amore, la bontà, il perdono! Questo crea l’uomo, e questo solo può creare una società più bella, migliore, più giusta. Nulla vorrei di più che scoprire la verità a me stesso e agli uomini, una verità che possa migliorare gli uomini e la loro società. Nulla vorrei di più, se scrivessi una tale verità. Basta solo volerlo. Bisogna in realtà alzare la fronte, dobbiamo lavorare instancabilmente, bisogna faticare, bisogna tendere con costanza verso grandi realizzazioni – per arrivare a Chateaubriand. Lo farai, Ivo? Sì, io lo voglio. O Hugo o niente.
Nella donna, come nella Patria, vedeva quello che potremmo chiamare il potenziale del cuore, che, se la donna lo vive, conduce alla vera e autentica libertà e felicità: «Mi affretto – sebbene con grande ritardo – mi affretto affinché questo foglio bianco Ti porti al più presto i miei sinceri auguri per il Tuo compleanno. Cosa dirti, cosa augurarti di più bello? Ti auguro la felicità! Quella vera, quella autentica felicità, a cui - in realtà – aspirano tutti gli uomini, e che non porta nel cuore inquietudine, ma pace e appagamento. Tu sei una ragazza d’oro nel tuo aspetto – voglio che anche il tuo cuore sia d’oro. Tu non sei sconsiderata (lo so per esperienza e questo mi rallegra) – voglio che la tua saggezza sia sempre il timone del tuo cuore. Perché solo questa è la via verso la felicità: andarle incontro con saggezza. Ti auguro ancora molte altre cose, che potrei dirti se tu fossi qui accanto a me, mentre così – sulla carta – uscirebbero solo parole prive di senso. E io quel giorno pensavo a Te, anche se non sapevo che fosse il Tuo compleanno. Sapevo che avresti ricevuto una lettera. Pensavo allora anche alla mia buona mamma, che il giorno dopo festeggiava anch’essa il proprio compleanno. Ti dico…, nel mio cuore non c’è nulla che sia così vicino quanto Te e mia madre. Questo è ciò che d’ora in poi chiamo Patria, perché proprio in questo sta la sua essenza. Questo è ciò che amo di più e per cui vorrei vivere e morire. Sì, voglio dirti ancora una cosa. Che la Tua anima sia bella così come lo sei Tu… Sta alla donna decidere. Per lei è più facile che per noi. Se la tecnica moderna e il progresso pretendono che la donna abbandoni la famiglia – fermiamo un tale progresso, perché è un progresso verso la catastrofe e il male. Che le nostre ragazze siano davvero ragazze, che le nostre donne siano davvero madri. Perché il mondo non può vivere senza cuore. Solo esse possono portare al mondo ciò che gli manca, ciò di cui più difetta: l’amore e il calore. E per loro è più facile decidersi a questo, di quanto lo sia per noi escogitare «idee salvifiche«, perché ciò sta staticamente nella loro natura, e per questo «esse sono più vicine al bene di noi.«
E per concludere, riportiamo una poetica lettera ai suoi sui giorni trascorsi in carcere, dove ogni giorno pregava la Messa che sapeva a memoria. In ogni cosa, persino nell’inferriata della cella carceraria, vedeva un significato più profondo e la pienezza della Vita, attendendola in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo: «Miei cari. Mi sembra che oggi sia Giovedì Santo, ma forse non lo è, forse mi sbaglio. Ecco, così è, quando l’uomo è senza un «vero calendario, E la festa di Pasqua è in qualche modo capricciosa, poiché si regola sulla luna invece che sul sole. Ma domani saprò: se è Venerdì Santo, allora non si sentirà la campana della cattedrale, il cui rintocco ogni giorno supera così superbamente queste povere inferriate di ferro, e la cui voce malinconica riempie ogni angolo anche di questa stanza, come profumo d’incenso, come balsamo di pace. Ferro e ferro. La campana della cattedrale e l’inferriata alla finestra. E mentre la campana, canterina, cresce e si fa sempre più grande, guardo come l’inferriata, tisica, si consumi sempre di più ogni giorno. Per tre giorni Gesù Cristo giacque morto nel sepolcro, e il terzo giorno risorse. Perciò ogni mattina, da quando sono iniziate queste serene giornate primaverili, sbircio attraverso le inferriate verso il Sole che risplende vittorioso nel cielo azzurro e sereno, gli sorrido e gli dico buongiorno, signore, prego, entrate in questa stanza, non importa – può entrare anche attraverso le inferriate: chi può trattenervi, quando siete voi, signore – il Sole. Ed esso entra in ampie cascate, in fiumi di luce, nella mia piccola stanza, che così, naturalmente, non è e non può essere ciò che gli uomini chiamano comunemente «carcere«. E così il Sole ed io ci mettiamo a chiacchierare, e lui intanto (cosa che a me fa molto ridere) mi accarezza il capo e mi posa le mani sulle spalle. Abbracciati così, io e il mio sole, canteremo nel mattino di Pasqua il salmo della Resurrezione: «Sono risorto e sono con Te. Alleluia!« Ora mi viene in mente: come apparirà misera, proprio in quel momento, questa mia inferriata alla finestra, quando il Sole e il suono festoso delle campane pasquali entreranno trionfanti attraverso le sue aperture, e allora mi dispiacerà sempre di più per la mia povera inferriata. Perciò ora guardo così dal tavolo (e fuori è buio, perché la cena è già passata) e penso: Non vergognarti, piccola inferriata, di essere un’inferriata! Non tormentarti, resta solo saldamente al tuo posto! E tu compi il tuo dovere, e compilo onestamente e fedelmente. Bisogna, piccola inferriata, che insieme celebriamo la sapienza di Dio, che insieme al Sole celebriamo quel legno della croce sulla cima del Golgota e la grande pietra che copriva il Suo sepolcro. Perché solo attraverso la croce, infatti, è giunta la salvezza, e solo attraverso il sepolcro – la resurrezione. Vostro Ivo
- Mladen Klanac
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