Il mio sacerdozio è opera di Dio
Dio ha posto sul cammino della mia vita tante persone meravigliose per le quali ho vissuto, pregato, mi sono sforzato di svelare loro il volto di Dio, la sua misericordia infinita. Solo in questa misericordia confido anch'io. Dio mi ha dato una famiglia meravigliosa. Non ho fallito. La mia vita ha avuto un senso profondo.
Mons. Ivan Mustać
La famiglia è la questione più fondamentale, più urgente e più impegnativa del popolo croato e della Chiesa. Essa è la prima e più importante via del cammino umano, perché l'uomo viene dalla famiglia e le deve il fatto stesso di esistere. Se all'uomo manca la famiglia, in lui si crea una mancanza inquietante e dolorosa che peserà su tutta la sua vita.
Mons. Ivan Prenđa
Da don Ivan ho ricevuto uno scrigno di grandi tesori. Vegliava su di noi, ci guidava ovunque, gioiva sinceramente negli eventi belli e piangeva di dolore nei momenti difficili e tristi delle nostre vite. Sentivamo che ci osservava e trepidava per noi. Diceva sempre che di notte non riusciva a dormire tranquillo mentre i giovani sprecavano la vita sul lungomare. Ciò che più lo commuoveva era la nascita di un nuovo bambino. Non ho mai conosciuto, fino ad oggi, nessuno che gioisse così tanto per ogni nuova vita!
Ines Jednaković
Nel 2001 Mons. Ivan Mustać fu nominato dall'arcivescovo Ivan Prenđa vicario generale dell'arcidiocesi di Zadar. Il loro rapporto ci ricorda quello dell'apostolo Giovanni, il discepolo prediletto, verso Gesù. Dal giorno in cui conobbe l'Arcivescovo, non lo lasciò mai. E come Gesù affidò a Giovanni la custodia di sua Madre, così l'Arcivescovo affidava a don Ivan i compiti più importanti per l'arcidiocesi di Zadar.
Entrambi portavano questo nome e amavano festeggiare insieme, in compagnia dei propri cari, l'onomastico. Dell'Arcivescovo disse: «Era un uomo e un vescovo meraviglioso. Lavorava instancabilmente e pregava di continuo. Pregavamo insieme ogni mattina. Lavoravamo molto, forse anche troppo. Ci stava molto a cuore la diocesi, il popolo, i sacerdoti. Era mite, modesto verso se stesso e generoso verso gli altri, e non rifiutò mai a nessuno che gli chiedesse aiuto. Uomo di preghiera, pregava per ore nella cappella. Era simpatico: verso noi collaboratori che pure avevamo già 50 anni, a pranzo ci trattava come se fossimo seminaristi, si comportava con noi come un padre. Aveva una grande misericordia per i sacerdoti, li difendeva da ogni attacco, mentre lui stesso veniva calunniato. Diceva: “Non è niente, non sono importante io, è importante la nostra arcidiocesi, la Chiesa”. Mi sembrava volesse che io portassi l'esperienza della parrocchia di Belafuža a tutta la diocesi. Aveva fiducia in me, e io lo servii fedelmente».
Solo due anni dopo assistemmo a un evento memorabile per Zadar e per l'arcidiocesi di Zadar – la venuta di papa Giovanni Paolo II a Zadar sotto il motto «La famiglia – via della Chiesa e del popolo». Si trattò del suo storico, centesimo o giubilare viaggio fuori dalle mura vaticane, e Mons. Ivan Mustać fu a capo dell'organizzazione dell'incontro: «Fu solo grazie allo straordinario impegno del nostro compianto arcivescovo Ivan Prenđa che il Papa venne a Zadar. Fu tenace nel volere che il Papa venisse a Zadar, disse: “Basta che il papa metta piede sul territorio della nostra arcidiocesi”, e quel giorno cadeva anche il tredicesimo anniversario del suo episcopato. Alla fine, la decisione se e quando venire a Zadar la prese lo stesso Giovanni Paolo II. Il Papa decise di restare un giorno in più in Croazia e di venire a Zadar il 9 giugno, il Lunedì dello Spirito Santo, festa di Maria Madre della Chiesa. Quando lo sapemmo fummo entusiasti, e allora iniziarono preparativi ancora più intensi, specialmente quando fu deciso che l'incontro si sarebbe tenuto nel centro della città. Nel suo discorso di saluto l'arcivescovo Ivan Prenđa sottolineò: “Oggi, qui davanti a voi, possiamo testimoniare i frutti della nuova evangelizzazione. Abbiamo un'esperienza che possiamo testimoniarvi: la fede, predicata dagli apostoli, trasmessa per quasi duemila anni nelle comunità parrocchiali, oggi la approfondiamo e la trasmettiamo anche attraverso i movimenti ecclesiali antichi e nuovi che Vostra Santità accoglie e incoraggia. Con la crescita dei movimenti ecclesiali cresce anche la fede dei singoli e si moltiplicano le famiglie che accolgono la vita e in cui nascono vocazioni”. L'atmosfera dell'incontro fu segnata dalle acclamazioni della moltitudine dei fedeli. Le grida “Papa, ti vogliamo bene” o “resta con noi” risuonano ancora oggi nei cuori degli abitanti di Zadar. Il nostro desiderio era che i posti più vicini al palco fossero occupati dai nostri fedeli, cioè da coloro che partecipano alle celebrazioni eucaristiche nelle proprie parrocchie. In breve, tutti abbiamo potuto sentire la presenza dello Spirito Santo. Molte sono le famiglie che ci hanno fatto sapere di aver avuto figli dopo l'incontro con il Papa, e questo dopo anni in cui non riuscivano ad averne». Osservando questa manifestazione grandiosa, uno dei giornalisti disse: «Ho seguito tutti i viaggi del Papa, ma questo è qualcosa di davvero speciale. Tutto è organizzato alla perfezione, tutto funziona come una macchina perfetta o un'orchestra ben rodata!». Gli fu risposto che Zadar è del resto nota per la sua organizzazione, ma che a tutti sembrava che questa volta avesse davvero superato se stessa! «Il Papa ama Zadar e Zadar ama il Papa». In modo simile commentarono l'evento anche altri media nel mondo.
Don Ivan apprezzava straordinariamente la cosiddetta pastorale classica, ma partecipò anche con grande fervore e promosse nelle parrocchie e nell'arcidiocesi diversi movimenti e realtà ecclesiali: «Nessun movimento ecclesiale (a cominciare dal rinnovamento carismatico) l'ho conosciuto solo attraverso i libri. Né attraverso discussioni. Ma dal di dentro. Come chiedeva anche papa Giovanni Paolo II a tutti i pastori: di essere vicini alle realtà della Chiesa. Così ho sperimentato ciò che diceva sant'Agostino: “Per voi sono pastore, con voi sono cristiano”. Fin dalla piccola comunità di preghiera di Polača vivo questa esperienza. Nel 1994, su invito di don Marinko Duvnjak, ascoltai per la prima volta la catechesi del Cammino Neocatecumenale. Anche questa fu una scoperta che Dio aveva preparato per me. A me, come sacerdote, questo è sempre stato di aiuto. Non è un problema che le persone nella comunità di preghiera vedano anche le debolezze del proprio parroco, ma vedono anche la sua fede e il suo desiderio di conversione. Dopo di ciò non ci fu più problema che anche i fedeli a me affidati, in confessione, parlassero sinceramente dei peccati più intimi, appoggiandosi all'infinito Amore di Dio. Nel Cammino ho sperimentato qualcosa di nuovo, di serio: che il cristianesimo si vive, poco a poco, in una piccola comunità. Ero contento vedendo che ogni sera, in otto luoghi della parrocchia, la mia parrocchia vive, prega, catechizza».
Dopo la venuta del Papa a Zadar, già l'anno seguente, il 2004, l'arcivescovo Prenđa proclamò l'Anno di santa Anastasia e l'Anno della Famiglia per l'arcidiocesi di Zadar, perché la famiglia è «la questione più fondamentale, più urgente e più impegnativa del popolo croato e della Chiesa. Essa è la prima e più importante via del cammino umano, perché l'uomo viene dalla famiglia e le deve il fatto stesso di esistere. Se all'uomo manca la famiglia, in lui si crea una mancanza inquietante e dolorosa che peserà su tutta la sua vita», disse l'arcivescovo di Zadar all'inizio dell'Anno della Famiglia. L'evento pastorale centrale dell'anno nell'arcidiocesi di Zadar – il pellegrinaggio diocesano delle famiglie a Vrana, sotto il motto «L'acqua del battesimo scorre attraverso la famiglia» – si tenne domenica 19 settembre, e ancora una volta coordinatore organizzativo fu mons. Ivan Mustać. Fu un incontro di tutte le generazioni, delle strutture parrocchiali e dei movimenti ecclesiali, una rassegna di variopinti gruppi folcloristici, una “mostra” di stendardi parrocchiali, una dignitosa e devota comunione di preghiera di 20.000 pellegrini da tutta l'arcidiocesi. Nell'omelia l'arcivescovo Prenđa parlò della famiglia come «ambiente naturale e ordinario per il normale sviluppo della persona umana» e del disegno di Dio sulla famiglia, a cui Dio ha affidato il compito di trasmettere ai figli il dono della fede, adempiendo così «i due tratti distintivi della famiglia sana: culla della vita e scuola di fede». L'arcivescovo invitò le famiglie a «respingere la paura davanti alla vita, eliminare la tentazione di una vita comoda a scapito del sacrificio e dell'amore che rendono più umani e fanno progredire, allontanare la piaga dell'aborto e dei divorzi che distruggono la pace della coscienza, la felicità della famiglia e del popolo, e amare la stabilità e la fedeltà nel matrimonio».
In modo particolare, la grande cura e l'impegno di don Ivan erano rivolti alle giovani famiglie, nelle quali vedeva il rinnovamento del popolo, della Chiesa e della società, e quindi la speranza per un mondo migliore e più umano. Dell'amore per le giovani famiglie e le madri è testimone Ines Jednaković: «Da giovane ragazza avevo interiorizzato i valori cristiani riguardo al vivere la castità prematrimoniale. Me li aveva trasmessi mia madre. Tuttavia, ciò non sembrava possibile o facile nella pratica. Grazie a Dio, ho avuto la grazia che a 19 anni ho cominciato ad ascoltare le catechesi e sono così entrata nella comunità Neocatecumenale.
Lì ho conosciuto per la prima volta don Ivan. Il mio primo contatto con lui fu durante una santa Confessione, che orientò la mia vita in una direzione completamente nuova. Posso dire liberamente che da lui ho ricevuto uno scrigno di grandi tesori. E quale fu quel tesoro? Convinzioni sulla castità prematrimoniale, sul rispetto reciproco, l'amore, la fedeltà, il dono di sé e il perdono nel matrimonio, nonché sulla trasmissione della fede ai figli e sull'educazione cristiana dei figli.
Io personalmente ho sentito da lui una premurosa guida pastorale. Aveva un forte desiderio paterno di aiutare noi giovani a essere saldi nelle decisioni cristiane, incrollabili nel viverle e senza compromessi con le passioni di questo mondo. Vegliava su di noi, ci guidava ovunque alle Giornate Mondiali della Gioventù con il Santo Padre, gioiva sinceramente negli eventi belli e piangeva di dolore nei momenti difficili e tristi delle nostre vite. Amava farci ridere col suo modo irresistibile di raccontare barzellette, ma dentro di noi eravamo sempre pronti, in ogni momento, al suo rimprovero. Sentivamo che ci osservava e trepidava per noi. Diceva sempre che di notte non riusciva a dormire tranquillo mentre i giovani sprecavano la vita sul lungomare.
Ogni volta che mi incontrava, fosse in comunità o in città, mi chiedeva come stavo. Per lui questo era molto importante. Era uno che non le mandava a dire, molto schietto. Gli interessava come ciascuno di noi, singolarmente, vivesse il nostro legame cristiano, ma anche come crescevamo come coppia. Incoraggiava sempre entrambi, si illuminava quando ci incontrava. Per noi fu un sostegno molto significativo. Sapevamo di non poter “stare seduti su due sedie”. Sapevamo anche di essere chiamati a essere cristiani autentici, cioè radicali nel vivere la castità prematrimoniale: lo sottolineava sempre in modo particolare dall'altare. Ne comprendevamo bene il senso. Don Ivan ci spiegò bene che così ci si riforma, si cresce nell'amore, si cerca il bene dell'altro, si custodisce la dignità dei nostri corpi e si coltiva la profondità dei rapporti reciproci. E così formati entriamo pronti in tutte le bellezze, ma anche nei tempi difficili del matrimonio. Diceva sempre, riguardo al matrimonio, che è importante che sia una casa sulla roccia, cioè su Cristo.
Si rallegrò moltissimo per il nostro matrimonio, ci istruì sulla vita coniugale. Si preoccupava che partecipassimo regolarmente alla santa Eucaristia, perché sapeva che questo era l'aiuto fondamentale e primario per vivere la volontà di Dio. Ripeteva sempre che ogni marito e padre deve essere un cristiano saldo e robusto, capo della famiglia, tenero verso la moglie, premuroso nell'educazione dei figli, e invitava ogni moglie e madre a essere sottomessa all'amore del marito, a prendersi cura di lui e dei figli con amore, e a custodire responsabilmente “gli angoli della casa”.
Ciò che più lo commuoveva era la nascita di un nuovo bambino. Non ho mai conosciuto, fino ad oggi, nessuno che gioisse così tanto per ogni nuova vita!
Una donna incinta accanto a lui poteva sempre sentirsi come una regina. In un'occasione disse: «Sapete, noi possiamo scherzare, io posso raccontare barzellette, ma accanto a una donna incinta mi sento più piccolo di un granello di senape». Con quale gioia battezzava i bambini, dava loro dei soprannomi! Ricordo anche come pianse quando ebbi un aborto spontaneo. Fu la mia prima gravidanza. Sembrava che per lui fosse una perdita pari alla nostra, ma non aspettò molto per confortarci con parole di fede e speranza. Ci disse allora: «Vedrete: Dio vi darà dei figli, vedrete, per certe cose, per le grandi cose, ci vogliono sempre anni di attesa, state tranquilli, siate pazienti, fate la volontà di Dio».
Queste sono più o meno le ultime parole che udii da lui in confessione, prima che finisse in ospedale prima della sua morte. Nei parti che ho avuto dopo la sua morte ho sentito la sua intercessione, vicinanza e cura, e infine anche la gioia per la nuova creatura. Don Ivan ha lasciato in noi un'impressione straordinaria, un esempio di amore paterno severo, ma allo stesso tempo di dolcezza, pazienza e instancabile persuasione in tutte le verità della vita cristiana. Sono certa che ci segue dal Cielo e che ci ha ottenuto con la preghiera molte grazie».
Mons. Ivan Mustać fu anche presidente del Comitato Organizzatore dell'Incontro della Gioventù Cattolica Croata dell'8-9 2010 a Zadar, con il motto «Perché la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11), al quale parteciparono più di 30.000 persone, e dove mise a frutto tutte le esperienze delle Giornate Mondiali con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, alle quali partecipava regolarmente in tutto il mondo. L'arcivescovo Prenđa aveva personalmente espresso ai confratelli vescovi il desiderio che l'incontro dei giovani si tenesse quell'anno proprio a Zadar. Alcuni mesi prima dell'incontro l'arcivescovo Prenđa morì improvvisamente. Una testimonianza vivace e calorosa fu scritta per primo nel Libro delle condoglianze da Mons. Ivan Mustać, per lungo tempo il più stretto collaboratore dell'arcivescovo e vicario generale. Ricorda che l'Arcivescovo lo accolse nel 1960 alle porte del seminario Zmajević, spaventato, accompagnato dalla madre preoccupata e dal padre marinaio. L'Arcivescovo disse allora a sua madre: «Non piangere, da oggi io sarò per lui sia padre che madre». Mons. Mustać ringrazia per i giorni meravigliosi di gioia in seminario, e quando erano seminaristi teologi li aspettava ogni volta, da rettore, alla stazione di Zadar. Don Ivan continua: «Ai suoi tempi il seminario era la casa di tutti noi. Ci accoglieva alla porta con le parole “Caro, entra, resti a pranzo?”». Don Ivan sottolinea: «Gioivamo quando fu nominato coadiutore, come bambini corremmo ad abbracciarlo, e io, come gridano gli abitanti di Zadar alle partite, gridai “Tripla, tripla!” – come una tripla all'ultimo secondo che decideva chi vinceva. Non aveva altri ideali se non dare tutto per la Chiesa.
Come cerimoniere alla messa novella di don Ivan, l'Arcivescovo Prenđa ripeteva: «Questi sono i miei ragazzi!». Don Ivan continua: «Avevamo l'impressione che vegliasse su di noi come una chioccia sui pulcini, dopo che l'arcidiocesi di Zadar in quegli anni aveva perso numerosi sacerdoti, seminaristi teologi, seminaristi minori. La diocesi cominciò a ricevere nuovi sacerdoti e per lui fu una grande gioia» – scrive don Ivan. La dedica e il messaggio dei giovani che accompagna l'inno dell'incontro recita: «Caro Padre, arcivescovo Ivan! Nei momenti in cui il tralcio della Vostra vite di vita beve più intimamente dal ceppo del vino del Padre in Cristo, i giovani dell'arcidiocesi di Zadar ringraziano per il vino del Vostro amore che hanno avuto la grazia di assaporare. Perché la nostra gioia sia piena. Dedichiamo a Voi l'inno dell'Incontro della Gioventù Cattolica Croata a Zadar. Al nostro amato arcivescovo Ivan - la gioia nell'abbraccio del Padre celeste è piena. Grazie, Padre arcivescovo, per averci amato. I vostri figli».
L'incontro iniziò con una processione dal Foro allo stadio di Višnjik. Si ripeté così la scena grandiosa dell'attraversamento della moltitudine dei fedeli sul ponte di Zadar, ai tempi di Giovanni Paolo II. - era la scena più cara al compianto arcivescovo Ivan Prenđa, e l'ispirazione per la processione dell'incontro dei giovani.
Molti dai loro balconi e finestre incoraggiavano i giovani e, in lacrime, li salutavano agitando le mani e cantando. I giovani arrivarono a Višnjik e avevano già innalzato la croce, mentre per chilometri, indietro sulla penisola, c'era ancora una massa di persone, tanto che anche dopo un'ora nel centro della città c'erano ancora tanti giovani come se la processione stesse appena partendo.
«Vogliamo che i giovani vedano Zadar, ma anche che Zadar veda la forza della Chiesa giovane»: si realizzò così il desiderio del presidente del Comitato Organizzatore dell'IGCC, mons. Ivan Mustać, alla cui realizzazione contribuirono anche 1500 volontari.
Mons. Mustać ha sottolineato l'importanza della Croce dei giovani, pesante 115 kg, che nella processione fu portata a turno da sei ragazzi: «ma vogliono portarla anche le ragazze, e si alterneranno con i ragazzi. Volevamo che la croce fosse portata per le vie della città come speranza di questa generazione. Quando eravamo giovani noi, ci dicevano che Dio non esiste, a questa generazione si dice invece che non hanno bisogno di Dio. Noi, come Chiesa, con i giovani che sono attivi e impegnati nella Chiesa, questi giovani e questo raduno vogliono mostrare a Zadar la testimonianza della fede in Cristo, che è la speranza dell'umanità, che è morto e risorto per noi; Cristo in cui i giovani credono e che la Chiesa vuole annunciare» ha dichiarato mons. Mustać.
L'ultima parrocchia dove servì don Ivan fu la parrocchia di sant'Anastasia a Biograd: «Ora sono a Biograd. Venire qui è stata per me una sfida. Mi è dispiaciuto lasciare le 10 comunità in cattedrale. Ma sapevo che Dio si sarebbe preso cura di loro. Se tutto ciò viene da Lui, non andrà perduto. Qui mi sono, per così dire, un po' calmato e godo di nuovo della libertà del ministero pastorale. Non mi sarà mai chiaro perché noi sacerdoti ci comportiamo come spettatori a una partita. Mentre siamo chiamati a giocare. Chi ha provato a giocare sa quanto sia difficile e che si può sbagliare. La cosa più facile è non fare niente».
Quanto amasse i suoi parrocchiani lo testimonia Ines Grbić: «Quando lo visitai in ospedale a Zagabria il 22 dicembre, anche sul letto di malattia era soprattutto un parroco che pensava al suo Biograd, addolorato perché, a causa del suo ricovero, gli abitanti di Biograd non avevano la messa quotidiana per i loro defunti. Mi era incomprensibile e commovente che un uomo che non si alzava dal letto, e il cui stato di salute era, come diceva lui, “in una posizione di stallo”, pensasse non solo ai suoi parrocchiani – ma ai defunti dei suoi parrocchiani. “A Biograd erano abituati e avevano sempre avuto ogni giorno la messa per i loro defunti, e questo ora non è possibile”. Questo era don Ivan. Sacerdote fino alla fine. In un messaggio del 5 dicembre mi scrisse: “Se anche sopravvivo, difficilmente potrò essere parroco di Biograd. Non me ne dolgo, so per che cosa ho vissuto”».
Come portò la malattia e la sofferenza negli ultimi mesi, ce lo racconta lui stesso: «Entro in una nuova fase della mia vita, quella della sofferenza fisica e della malattia, la prossima operazione al cuore che mi attende in questi giorni. Posso in qualche modo conformarmi a Cristo sofferente. Nonostante la paura che porta questa operazione, sento “che il Signore è al mio fianco, come un eroe molto coraggioso”. In questi giorni mi ritirerei volentieri da qualche parte per poter gustare l'intimità con Cristo. Ma devo fare ancora così tante cose prima di andarmene».
«Chiedo perdono a tutti coloro che ho offeso in qualunque modo. Perdono a tutti. Specialmente le calunnie sul mio conto. Quando ero giovane volevo giustificarmi. Ora non lo faccio più. “Rallegratevi ed esultate, grande è la vostra ricompensa nei cieli”, dice Gesù.
Dio ha posto sul cammino della mia vita tante persone meravigliose per le quali ho vissuto, pregato, mi sono sforzato di svelare loro il volto di Dio, la sua misericordia infinita. Solo in questa misericordia confido anch'io.
Dio mi ha dato una famiglia meravigliosa. I miei genitori. Amo mio fratello, ed è sempre stato accanto a me e io a lui. Altrettanto amo mia cognata e i loro figli. Ora sono cresciuti. Sono contento di vedere che sono stati educati nella fede. Mia sorella Marija vive già da tempo all'estero. L'ho aiutata quanto ho potuto. Amo lei e la sua famiglia».
Questo era il sacerdote Ivan. Neanche allora pensava alla pensione, ma, se fosse sopravvissuto, avrebbe continuato a navigare come parroco in qualche parrocchia più piccola: «Che dire alla fine? Con tutte le mie debolezze, i peccati, le mancanze. Io non ho fallito. La mia vita ha avuto un senso profondo. Penso che avrei potuto fare molto, molto di più. Il nostro peccato distrugge sempre il piano di Dio con la nostra vita. Il peccato è realmente un'esperienza di morte. Perciò è meglio un giorno in grazia che mille nel peccato. Mi pento di tutti i peccati arrecati all'amore di Dio. Non giudico nessuno perché ho sperimentato io stesso la mia debolezza. Il sacerdozio è un dono inestimabile di Dio e senza Dio non è possibile viverlo rettamente. Come san Filippo Neri prego – “Guardami tu, Dio, il tuo Ivan! Se tu togliessi la mano dalla mia testa, il tuo Ivan sarebbe capace di far di tutto”. Il mio sacerdozio è opera di Dio».
- Mladen Klanac
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