Con la musica sacra ho voluto creare l'esperienza della Gerusalemme Celeste
«L'unico motivo per cui vorrei ancora restare sulla terra è questo: servire come portatore o mediatore di gioia per gli uomini»
«Amo la gente, amo la vita, lo sport, in particolare il calcio, e mi attengo rigorosamente alle regole di una vita sana… Esteriormente ho avuto una vita dinamica, ma nell'anima tranquilla, anche quando fui condannato a morte per fucilazione, quando mi mancava di tutto e quando gelavo ai lavori forzati e nell'esercito. Mi chiedono perché sia così, e io dico: Perché cerco sempre di vivere Dio, perché ho detto 'Addio' a tutto ciò che non è Cristo...»
(fra Ivan Peran, dagli appunti per l'Autobiografia)
Il Servo di Dio fra Ivan Peran nacque a Kaštel Stari il 25 giugno 1920, figlio unico maschio e, insieme a tre sorelle, il maggiore dei figli del padre Ivan e della madre Nediljka, nata Piljić. Al battesimo ricevette, dal nonno, il nome di Srećko – Felicio. Il padre Ivan aveva un negozio e voleva che il figlio gli succedesse, ma poiché il figlio voleva farsi frate, i genitori inviarono una domanda al convento domenicano di Bol. La domanda fu respinta perché i figli unici in famiglia – secondo le norme ecclesiastiche di allora – non potevano essere ammessi in seminario. Su consiglio del parroco di inviare la domanda anche al convento di Poljud, ma senza menzionare che era figlio unico, la domanda fu accettata e Srećko divenne candidato francescano. Da ragazzo andò tra i frati a Badija, presso Korčula, dove frequentò l'allora rinomato ginnasio classico, ed è interessante che uno dei motivi per cui si fece frate fu il calcio: «Là si gioca a pallone», annotò in uno dei suoi Diari. Aveva – come si sa – anche altre predisposizioni per lo stile di gioco, per esempio un talento per la musica. E questa forma di gioco lo accompagnò per tutta la vita. Anche nella sua biografia successiva il gioco è costantemente presente. Come sviluppò questa sua vena di giocatore?
La sua famiglia era orientata al patriottismo. Suo padre, Ivan, onesto piccolo commerciante, stimato nel paese, coltivava tutto ciò che apparteneva all'identità dell'essere storico croato. Non si distingueva per eccessi nazionalistici, ma raccontava al figlio con orgoglio degli antichi re croati e di altri grandi nomi della storia croata. La madre, donna assai devota, portava d'altra parte con pari forza quella coscienza patriottica. Fra Ivan, in un suo scritto, sottolinea con orgoglio di non aver mai immaginato «quanto sua madre fosse croata». «Mia madre, ricordo, fin dai primi anni mi parlava sempre con tutto il cuore e con calore di san Giuseppe. Oltre alle 'ghirlande' e alle 'celebrazioni', il suo lume (la lampada a olio, nota del curatore) in casa era immancabile», e quando si avvicinava un temporale con lampi, grandine, pioggia e tuoni, «suonava San Giuseppe, e la madre chiamava: 'Figlioli, preghiamo, San Giuseppe suona'». San Giuseppe, tra i santi che fra Ivan venerava in modo particolare, rimase vivamente presente nel proseguo del suo cammino spirituale: «A san Giuseppe affido tutto il mio stato e la mia missione».
Un appunto dai 'Ricordi d'infanzia' conferma in modo significativo il tratto patriottico di Srećko/fra Ivan. Fra Ivan, infatti, ricorda un episodio del 1929, quando aveva nove anni. Un certo Mate, soprannominato Gesner, dirigeva la sala di lettura croata a Kaštel Stari. Per la sua importanza nella formazione della personalità di fra Ivan Peran la riportiamo per intero: «Gesner di certo non era il suo cognome, e non so da dove venisse quel soprannome. A lui è legata la mia istruzione elementare… Dirigeva la nostra sala di lettura croata a Kaštel Stari. Dirigeva, puliva, sistemava i giornali, la sera vendeva bevande…, leggeva i giornali e guardava noi giovani mentre ci esercitavamo agli attrezzi; eravamo i 'falchi croati'. In quella sala di lettura sentivo presenti sia gli Zrinski che Jelačić, Starčević e Radić, e tutti quelli che il padre nominava. Lì ho vissuto nella storia croata. Come tutto era vicino lì… e Tomislav e Krešimir… e tutto. Dopo il 9 gennaio 1929 tutto questo svanì, ma non permisi comunque che venisse girato il tricolore croato che mio padre aveva messo sulla mia piccola barca, che dovevamo costruire per un lavoro scolastico e portare a scuola. Ci provò il maestro, il buon P. Matas, ci provò il preside, ma 'il piccolo non cede', si raccontava poi con soddisfazione nel nostro negozietto. E io sentivo di non poter essere altro che croato. I maestri dicevano che era indifferente come stesse la bandiera, perché eravamo 'un solo popolo'. Se è indifferente, che resti così – concluse 'il piccolo' – raccontava lo stesso maestro.
Sottolineiamo anche l'osservazione di fra Ivan sulla fede di suo padre: quando partiva per un viaggio più lungo, «andava sempre confessato e comunicato, e noi in famiglia pregavamo ogni sera per lui». Quanto alla madre, fra Ivan in numerosi appunti del suo Diario ricordava la sua grande devozione. Tra l'altro scrisse: «Ricordo anche i libri di preghiere di mia madre… ogni pagina a parte, e su quasi ognuna due o tre santi (santini, nota del curatore)». La partecipazione immancabile alle celebrazioni liturgiche e alle devozioni popolari domenicali e festive, e la preghiera comune in famiglia, tra cui la recita del rosario della Beata Vergine Maria, erano l'immagine costante della fede della famiglia di Ivan e Doma Peran.
Appena rimesso in libertà, fra Ivan andò nel vicino convento dell'Annunciazione di Maria (Lubiana, Tromostovje), presso i francescani sloveni: «Sapevano di me, mi aspettavano. Raccontano che mia madre veniva qui regolarmente, piangeva, pregava… Era, dicono, come la vecchia Anna che non si allontanava dal tempio». «Mi ricordo di mia madre ogni volta che entro nella chiesa dell'Annunciazione di Maria… Quanto custodisce quella chiesa delle preghiere e dei sospiri della mia buona madre!». Quella donna semplice, di bassa statura, la madre di fra Ivan, portava in sé una grande anima: «Mia madre fu lì una madre eroica: 'Figlio mio, quando tu sei tranquillo, lo sono anch'io' – mi disse, vedendomi sorridente, mentre ero condannato a morte. Chissà quante volte si è inginocchiata in questa chiesa…». Questo rapporto con la madre influì in modo particolare sulla sua devozione verso la Madre Maria, espressa in modo peculiare in una sua poesia: 'Nessuno poteva venire a me se non tu, Madre di Dio. E sei entrata, sei entrata tutta intera quando mi sono a te del tutto affidato. Allora, come un bambino piccolo, mi sono inginocchiato sulla tua mano e mi sono abbandonato alla tua carezza'. Poiché, prima della fucilazione, chi può comprendere un figlio meglio di una madre che ha essa stessa vissuto la 'fucilazione', la crocifissione di suo figlio.
L'amore materno dei giorni di prigionia fra Ivan lo sottolineava con sentimenti particolari: «Ogni volta mi ricordo dei miei genitori, e soprattutto dell'amore di mia madre, che non poterono spegnere né la pioggia, né l'inverno, né il rifiuto quando ero nel bunker», di cui aggiunge con commozione: «Mi ricordo di mia madre, che, fradicia di pioggia, mi cerca a Lubiana; bagnato anche il pacco di cibo che mi porta…, non la lasciano arrivare fino a me, fui punito ulteriormente – nel bunker sottoterra – perché non volevo rivelare e riferire ciò che 'non so', e davvero non sapevo…». Ha lasciato anche questa testimonianza d'amore verso sua madre: «Tardavano (in prigione, nota del curatore) a darci i pacchi, e così il cibo prezioso poteva anche guastarsi. Ricordo quando mangiai una gallina verde e ammuffita, e pensavo con quale amore mia madre l'aveva preparata e mandata!».
Fu battezzato nella chiesa in cui si trova l'altare di san Felice (Srećko), il santo dal quale fra Ivan ricevette il nome di battesimo Felicio-Srećko. San Felice si impresse profondamente nella vita di fra Ivan, fin dall'infanzia fino alla condanna a morte, quando i genitori di fra Ivan si rivolsero con un voto a san Felice pregando che il figlio fosse liberato da un'ingiusta e crudele condanna. Quanto fra Ivan fosse legato a questo santo lo dimostrano, tra l'altro, anche i versi che fra Ivan scrisse a Košljun quattro anni prima della morte, con il titolo Il mio inno a san Felice – Felicio-Srećko:
Di nome e di fatto felice, questo il tuo nome e ciò che la vita significa!
Dal tuo altare e dalle tue reliquie,
ancora di più: dalla tua anima nel grembo del Padre
sempre nuovo e più nuovo,
fresco e più fresco
irradia il profumo di Cristo.
Oh, che tutti potessero scorgerlo e trovarlo!
Prega e ottieni con la preghiera che sul nostro paese e su tutta la Terra,
per la malvagità umana il cielo non si oscuri mai!
Ottieni con la preghiera che il mondo non sia sedotto da cattive storie di astuti stregoni! –
Che non ci illudano ingannevoli biglietti della lotteria di carta,
ma che, come te, siamo felici e testimoni dell'unica felicità di Cristo.
Prega e ottieni con la preghiera che anche attraverso noi felici,
tutti gli uomini, ovunque siano, a tutti gli uomini, comunque siano,
diventino veri fratelli,
affinché si rallegrino gli uni degli altri come veri fratelli si rallegrano con cuore e anima
dei propri fratelli in Dio!
Terminata la scuola elementare, il padre di Srećko intendeva iscrivere suo figlio – unico figlio maschio della famiglia – alla scuola di commercio. Poiché aveva un negozio, voleva che il figlio gli succedesse. Tuttavia Srećko voleva farsi frate, religioso, così il padre Ivan inviò una domanda al seminario domenicano di Bol, sull'isola di Brač, per l'ammissione di Srećko al loro ginnasio. La domanda fu respinta con la motivazione che le norme domenicane vietavano l'ammissione di figli di genitori che avessero un solo figlio maschio.
Su rinnovata richiesta del figlio, il padre si rivolse ai francescani di Poljud, a Split, presso i quali valevano anch'esse le stesse norme per i figli maschi unici in famiglia, ma tra i francescani nessuno se ne ricordò, così il ragazzo Srećko Peran, alla fine dell'estate del 1931, all'età di undici anni, fu ammesso nel seminario francescano, ossia nel ginnasio classico inferiore sull'isolotto di Badija, presso Korčula.
Già nel secondo anno del ginnasio di Badija cominciò a dedicarsi in modo più sistematico a suonare il pianoforte e l'armonium. Si verificò la felice circostanza che in quell'anno, cioè nel 1933, arrivò a Badija come professore di musica fra Bernardin Sokol, già noto come musicista. Per Srećko fu tanto un alto modello quanto il primo maestro di musica: «Nel terzo anno, a Natale, arrivò il compianto padre B. Sokol, musicista, e mi prese tra i suonatori di pianoforte e armonium». L'allievo, accanto al grande maestro, si dedicò con grande slancio al progresso nella musica.
Secondo le regole francescane del tempo, fra Ivan, nel 1936, dopo aver terminato il primo anno del ginnasio superiore a Dubrovnik, andò per l'anno di prova ossia il noviziato sull'isolotto di Košljun, dove la Provincia di san Girolamo aveva il proprio noviziato. L'isolotto di Košljun, con il complesso conventuale, in un'insenatura presso la località di Punat, sull'isola di Krk, è un luogo di rara bellezza naturale e di forte impronta religiosa: «Košljun deve essere casa di Dio e casa di preghiera non solo di nome ma anche di fatto! E questo deve portare frutti buoni!», o ancora: «Košljun è un focolare presso il quale la gente deve scaldarsi!… Ogni incontro delle persone con noi – e qui ce ne sono in abbondanza, ancora oggi oltre un centinaio di persone! – deve essere per loro una pagina aperta della Bibbia, specialmente delle Beatitudini!» «Siedo nell'angolo della cappella del convento a Košljun, dove vado ogni giorno, anche più volte al giorno… Ho la Bibbia sulle ginocchia… A volte la apro, leggo un paio di righe… La chiudo… Mi abbandono alla riflessione, alla meditazione… all'osservazione, alla contemplazione. La contemplazione è la cosa più facile, la più dolce!» (Dagli appunti per l'Autobiografia)
Negli anni successivi, quando fra Ivan 'assaporò' anche Dubrovnik, Split e Zadar, non smise mai di pensare a Košljun, cosa che esprimeva in toni diversi, per esempio quando svolgeva il servizio di provinciale: «Quanto a Košljun, lo amo, e se il Signore mi concedesse di pregare – lo pregherei a Košljun: 'Signore, non 12 anni come finora, ma 12x12'». Per lui Košljun è un luogo diverso, un convento diverso: «Košljun possiede ciò che nessun altro convento (…). Košljun per me è sempre, anche adesso, una piena 'La Verna', dove ogni volta sento di dover essere migliore, più gioioso e più devoto». Di tutto ciò che Košljun possiede, proprio quest'ultimo aspetto – 'essere più gioiosi, più devoti' – nasconde il segreto del rapporto tra Košljun e fra Ivan: «Bello è Košljun… È un piacere stare nella stanza, un piacere pregare, un piacere riposare, un piacere stare a Košljun… Problemi? Sì, ma 'alla Košljun', nascono e svaniscono e cessano; come nati, così svaniti, così cessati… e Košljun? – Sempre bello! – Bello, perché è santo. Sì, perché è santo».
Con l'emissione dei voti solenni a Split, a Poljud, fra Ivan abbracciò pienamente e per sempre l'ordine francescano. Con ciò passò anche il suo primo anno di studi di teologia, interrotto forzatamente dalle circostanze belliche. Così fra Ivan, insieme ai confratelli-studenti, si avvia verso gli ordini sacri. Ricevuti nel giugno 1943 il suddiaconato e il diaconato, ed entrando nel quarto anno di studi teologici, i suoi confratelli-studenti e lui acquisiscono il diritto di ricevere l'ordine del presbiterato. Fra Ivan è il più giovane tra i colleghi, e per mancanza dell'età canonica – aveva appena compiuto 23 anni – secondo le norme del diritto canonico occorreva chiedere per lui un permesso (dispensa) per accedere all'ordine del presbiterato. La domanda fu accolta tramite la Congregazione per i Religiosi. L'ordinazione fu compiuta dal vescovo di Mostar, mons. Petar Čule, nella chiesa dei Frati Minori a Dubrovnik, l'8 agosto 1943, in circostanze di guerra.
«Subito dopo la guerra, nel 1946, andai a fare il militare a Lubiana, era il servizio militare ordinario, e nel 1947 mi arrestarono e mi misero in prigione. Perché? Ve lo dico nel modo più breve: per quello per cui mi condannarono, non lo scrissero nell'atto d'accusa. Ma quello che in realtà accadde fu questo: io ero un giovane sacerdote e non l'ho mai nascosto. Non facevo alcuna propaganda, cercavo di essere un buon soldato, ma i soldati, venuti a sapere delle mie convinzioni, cominciarono a confessare la propria fede religiosa. Durante i pasti militari mi facevo il segno della croce, e dopo un po' di tempo cominciarono a farlo anche gli altri soldati. Inoltre parlavo spesso di fede sia con i miei colleghi cattolici sia con gli altri; quando avevano qualche problema, venivano loro stessi da me, perché evidentemente ispiravo fiducia. Dicevo sempre una sola cosa: la fede è libera secondo la Costituzione.
Da un tale stato spirituale poteva scaturire il suo vivo desiderio – come decisione più profonda della vita – nei momenti dell'espiazione della pena detentiva: «Perché desideravo la libertà? Perché il mondo sentisse la presenza di Cristo. Ho detto 'addio' a tutto ciò che non è Cristo» (Diario, 1974). Il Signore ha voluto la mia vita – VITA NUOVA – per portare a qualcuno la GIOIA! Questa è la mia vocazione, sempre nuova vocazione e sfida: per il Signore!» (Diario, 1996)
Testimoniò: «In prigione mi capitava di stare in ginocchio sul pavimento per ben 4 ore: dalle 7:00, quando in città cominciava la prima santa messa, fino alle 11:00, quando finiva l'ultima! Stavo in ginocchio immobile, a mani giunte, senza battere ciglio e raccolto. Avevo 28, 29, 30 anni. Non sentivo neppure che fosse faticoso. Mi dicevo spesso: 'Se ora fossi in caserma e dovessi stare sull'ATTENTI, non ti porresti affatto la domanda, e potresti farlo'. Non è forse qui DI PIÙ?!» (Appunti dal carcere)
Ricordo che, da sacerdote, sapevo intervenire con decisione e dire ciò con cui non ero d'accordo, ogni volta che si parlava di questioni religiose. Cercarono di incolparmi per quello di cui parlavo nell'esercito, e parlavo di Dio, della fede… Alle obiezioni riguardanti il mio credo rispondevo semplicemente che la fede, secondo la Costituzione, non era vietata. Tuttavia, già due o tre mesi dopo il mio arrivo nell'esercito a Novo Mesto (Slovenia), la situazione cominciò a cambiare. Una mattina, mentre eravamo tutti 'in fila', fui chiamato pubblicamente. Dissero che c'era lì un prete, Peran, che agiva negativamente e che rovinava tutto.
Fu l'inizio. Mi portarono a Rogatec, vicino a Lubiana, dove fui in stato di custodia cautelare. Lì mi interrogarono: l'audizione durava dalle 15:00 fino a un'ora dopo mezzanotte. Savelić (il capitano e gli altri), al mio richiamo alla Costituzione, sorrideva e faceva un cenno con la mano. E solo lì vidi come annotavano tutto: quando parlavo, con chi parlavo, di cosa si discuteva… Nel processo istruito ad arte (fui accusato di voler rovesciare lo Stato!) mi fu chiesto anche dell'arcivescovo Stepinac: 'Cosa penso di lui?' 'Per me è il sacerdote più esemplare', risposi. Era il 1947. Naturalmente, anche questo contribuì alla mia 'colpa', ossia alla condanna a morte per fucilazione, poi commutata con la grazia da Belgrado in pena detentiva.»
Ricordando in seguito l'interrogatorio e la condanna a morte, scrisse: «(Era) 26 anni fa, e io allora avevo 27 anni. Ero maturo; sono fiero. Ricordo che avevo davvero lasciato tutto: – Beni? … povero, medio, benestante? – Non possiedo nulla! – Nulla?… Come nulla?… E dovetti spiegare i miei voti… Spiegai con orgoglio, e il tribunale registrò la mia ricchezza: 'Non possiede nulla'. Avevo tutta la ricchezza dentro di me: Dio! E davvero, ero pronto a dire: 'Vi prego, non bendatemi gli occhi. Perdono a tutti', poi inginocchiarmi e dire: 'E Tu, Signore, perdona me. Viva Cristo Re! Sparate'. Sì! Ero innocente, del tutto innocente; ciò accadeva a causa Tua, Signore, e Tu avevi detto: Beati voi quando vi calunnieranno falsamente a causa mia. Rallegratevi, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli'. Sentivo già il pregustare di quella ricompensa perché la condanna a morte era stata pronunciata e si attendeva solo il 'passaggio in giudicato' da Belgrado. Era solo una formalità, tutti la pensavano così, dal maggiore giudice presidente fino a me. Perché tutta la colpa dell'intera 'banda' ricadeva su di me! Ai miei genitori e alle mie sorelle il lutto per me non sarà leggero; ricordo che solo questo mi strappò le lacrime, ma verrà il giorno, almeno nei cieli, in cui anche questo si tramuterà in gioia!, e saranno fieri del loro figlio, martire».
«L'unico motivo per cui vorrei ancora restare sulla terra è questo: servire come ANNUNCIATORE, portatore di gioia o mediatore di gioia per gli uomini; essere in qualche modo un riflesso della bontà di Dio, nella pazienza, nella comprensione, nel perdono, in un amore senza confini, in un servizio senza alcuna aspettativa di ricompensa; affinché in me le persone sentano Lui vicino, presente, tra loro, tra noi. Perciò dico a tutti: 'Amate Dio, desideratelo e confidate in lui'!» (Dagli appunti per l'Autobiografia e dal Diario)
Il cammino spirituale di fra Ivan e la musica vanno insieme. La passione per la musica, soprattutto quella sacra, era inseparabile dalla sua passione per la vocazione religiosa e sacerdotale. Una sua frase rivela la profondità e la direzione della sua attività musicale: «Quando accolgo qualcosa (si riferisce alla musica), taccio, mi raccolgo, guardo Cristo che è sempre accanto a me e dico: Signore, lavoriamo! E quelli che canteranno, ascoltino Te»! (Dagli appunti per l'Autobiografia).
«Ho voluto e voglio essere una trasparente ARPA di Dio affinché attraverso di me – trasparente, semplice e povero – si vedano DIO e il CIELO, e affinché su di me – ARPA – il Signore possa eseguire le sue composizioni!» (Dagli appunti per l'Autobiografia)
Il primo ricordo musicale che gli rimase impresso, all'età di quattro anni, fu «il concerto in passeggiata della banda ottonile di Crikvenica» sul lungomare di Kaštel Stari Fra Ivan ricorda dalla prima infanzia che i bambini di Kaštel Stari, tra cui anche lui, «cominciavano a cantare canzoni natalizie di casa in casa già per santa Caterina, dunque un mese prima di Natale! È significativo che gli siano rimaste particolarmente impresse nella memoria le melodie dei riti della Settimana Santa. Oltre al ricordo del 'barabam', che consisteva nel «battere un bastone sulle panche, mentre i più benestanti avevano le 'raganelle'», fra Ivan testimonia che da ragazzo lo colpirono in modo particolare i canti del profeta Geremia: «Ciò che ancora oggi mi risuona nelle orecchie è la commovente conclusione delle Lamentazioni di Geremia: Gerusalemme, Gerusalemme, convertiti…»
«Dove, quando e come compongo? Sempre e ovunque. Passeggiando, aspettando l'autobus, viaggiando in autobus o in aereo… Le 'Otto messe popolari per l'anno liturgico' (2001) le ho composte passeggiando nel bosco a Košljun, e quella intitolata 'Piccolo fiore sul prato' proprio tra un tappeto di soffioni sotto gli ulivi in riva al mare. Quando scrivevo l'oratorio 'Apocalisse', una notte mi svegliò la pioggia, ma che pioggia! Ecco l'ispirazione per il 'Diluvio'! Mi alzai e scrissi il diluvio.
Fra Ivan vede tutto il senso della musica sacra nell'esperienza delle bellezze eterne: «E come tutte le arti sono rimaste sotto l'egida di un'unica Musa=la Musica, così qui tutte le gioie del paradiso sono racchiuse sotto il concetto di canto=musica. Rifletto: come può essere quella musica, da quel cherubico-serafico Santo! Santo! Santo!… (cfr. Ap 4, 8; Is 6, 3; Ez 10, 12), fino a quella infinita delle Nozze dell'Agnello? Non lo so, ma ciò non mi turba; basta constatare che tutto ciò che 'occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore d'uomo', ciò che 'Dio ha preparato per coloro che lo amano' (1 Cor 2, 9) si nasconde sotto il concetto di canto-musica». Con convinzione afferma – appoggiandosi alle indicazioni del magistero della Chiesa sulla musica sacra – «che la musica sacra deve creare l'esperienza della Gerusalemme Celeste». Nella orazione sulle offerte del lunedì della II settimana di Pasqua si dice: 'Accogli, Signore, i doni della tua Chiesa in festa. Tu sei fonte di tanta gioia, fa' che essa si trasformi in gioia eterna'.
«Faccio l'autostop da già quarant'anni. Certo, potrei prendere l'autobus, ma questo è molto più interessante. La cosa più curiosa è che, ogni volta che parto, arrivo sempre prima dell'autobus, e conosco persone nuove, chiacchieriamo… Parlo diverse lingue, quindi non ho problemi neppure con gli stranieri. Loro accorciano a me la strada, io a loro il tempo! Oltre al croato e alle lingue classiche che ho studiato a scuola (greco e latino), ho studiato anche il francese, e più tardi ho imparato da autodidatta l'italiano, il tedesco, l'inglese, lo spagnolo, il russo e lo sloveno.» (Dagli appunti per l'Autobiografia)
Questo significativo tratto di viaggiatore in autostop resta un sigillo speciale e peculiare del desiderio di fra Ivan di vivere in modo estremamente semplice – «come pellegrino e straniero in questo mondo», come amava dire san Francesco d'Assisi (Testamento di san Francesco) – per testimoniare la fede ed evangelizzare «in ogni occasione, opportuna e non opportuna» (Tm 4, 2). Fra Ivan, religioso sempre nell'abito francescano, per diverse ragioni viaggiava ostinatamente in autostop. Anzitutto per il desiderio di essere dipendente dall'aiuto altrui, di essere povero, e di essere libero, il che lo rese un viaggiatore leggendario – il frate autostoppista. In un appunto del diario esprime questa nota 'francescana' dei suoi viaggi in autostop: «Mi chiedo più volte: come vivono le persone l'incontro con un frate in abito? Sia per strada, sia a una conferenza? Osservando il frate in abito in ambienti secolari, di cui ce ne sono stati molti, ho sperimentato il frate come qualcuno di attuale, di gradito! Così deve essere anche nell'autostop, riflettevo. Molti mi hanno anche detto che è loro molto simpatico vedere un frate fare l'autostop. In fondo, questo è richiesta, preghiera, dipendenza dalla bontà del prossimo, ma allo stesso tempo, da parte nostra, c'è il dono, e abbondante! 'Gli uomini non possono mai farvi tanto bene quanto voi a loro', diceva san Francesco» (Diario, 1997).
Tra i tratti, per così dire, 'mondani', dai Diari di fra Ivan va evidenziato in particolare il suo interesse per lo sport, di cui parlava volentieri, specialmente del calcio. Seguiva con partecipazione le partite di calcio nazionali e internazionali, e altre competizioni sportive. Il gioco per fra Ivan era sempre gioia, relax, esercizio per la salute del corpo e dell'anima. Già da ragazzo si allenava a calcio e lo giocò fino ai settant'anni, e andava alle partite dell'Hajduk quando ne aveva l'occasione.
Uno dei suoi allievi, che in seguito lasciò il sacerdozio ma rimase comunque legato ai francescani, ricorda una partita di calcio su un piccolo campo di cemento vicino all'attuale Dogana di Zadar, in cui giocava anche fra Ivan: «Era intorno al 1977, quando fra Ivo aveva quasi 60 anni e ricopriva l'incarico di provinciale, quando i suoi confratelli più anziani si stupivano che a quell'età 'si scatenasse' con i seminaristi e altri giovani. Le squadre di calcio erano composte prevalentemente da seminaristi, con qualche studente di teologia o giovane sacerdote novello, tra cui si mescolava anche il vecchietto – come lo consideravamo noi giovani allora – fra Ivo Peran, per giunta anche provinciale. A me toccò la squadra contro quella del provinciale. I seminaristi da entrambe le parti giocavano correttamente, rispettando l'età del provinciale e il suo alto incarico di superiore (provinciale). A me, trentenne, carico di ardore sportivo, libido e muscoli forti, questo sembrava ridicolo. In partita non ebbi riguardo né per la sua età né per il fatto che fosse provinciale. Più volte, nello scontro, cercai di colpire non la palla ma la sua gamba, con l'intenzione di mettere alla prova la sua pazienza. Evidentemente i miei colpi gli facevano male, ma non reagiva né mostrava di arrabbiarsi, né chiedeva un fallo, tranne una volta quando entrambe le squadre videro che lo avevo colpito alla gamba di proposito e con forza: allora si fermò anche lui, mi guardò brevemente negli occhi e continuò a giocare come se niente fosse. Dopo di che qualcuno della mia squadra o della sua mi rimproverò che quello, da parte mia, non era né sportivo né francescano, e così smisi con le provocazioni» (Testimonianza su fra Ivan Peran). Le provocazioni rivelarono la forza spirituale di fra Ivan, mentre nell'animo del provocatore rimase un sentimento di pentimento e l'immagine indelebile di un'anima forte.
Autentico in tutto e libero nello spirito, svolse fino alla fine il proprio modo di servire con gioia, con un tratto profetico e carismatico. Un tale 'stile', relativamente raro, nell'esercizio del servizio di superiore non fu gradito a tutti – neppure ai francescani della sua Provincia. Sebbene fosse non di rado percepito come 'irreale', come uno che 'non sta con i piedi per terra', fra Ivan rimase costantemente 'se stesso', il che significa di Dio, di Cristo, nella libertà dello spirito, e ciò lo riempiva continuamente di gioia. Annotò, con un'allusione innocente e schietta alle obiezioni che a volte sentiva, ciò che la libertà nello Spirito dona all'uomo: «Si arrabbiano con me perché non vedo problemi e non ho problemi. Si arrabbiano perché non sono mai arrabbiato. Si arrabbiano perché ho sempre il sorriso sulle labbra. Si arrabbiano quando dico che tutti mi vogliono bene. Si arrabbiano quando dico che il Velebit o il Lovćen non mi hanno permesso nemmeno di leggere il giornale: mi hanno completamente assorbito, e io godevo della loro compagnia, ripetevo 'com'è meraviglioso…', e poi scrissi Lodi mattutine (testo poetico di fra Ivan, nota del curatore). E quando lo scrissi, allora si fece sentire anche il mare increspato sotto il Velebit – il canale montano e la superficie verdastra del fiordo di Cattaro – e poi si fecero sentire anche gli alberi: spogli o con le foglie, poi il pietrisco con resti di neve in alto, poi una tortora spaventata che si alzò in volo, e io a tutto dicevo: Lodate il Signore e rendetegli grazie! – e io stesso rendevo grazie e gioivo e, guardandomi intorno nell'autobus, pregavo per la fede che rinasce, per la speranza che illumina, per il pentimento che la grazia dell'amore richiama, per l'amore che diviene divino, per me stesso e per tutti i miei compagni di viaggio… Si arrabbiano quando dico che il dovere quotidiano non si può soddisfare in cinque minuti di preghiera, ma nella preghiera incessante… E si arrabbiano, e si arrabbiano, … e si arrabbiano… Ma io sento che sarei disonesto se dicessi di non essere felice, se il sorriso non fosse sempre sulle mie labbra, se dovessi cantare lamenti per problemi che non vedo. Dunque: si arrabbiano perché non sono disonesto? E come potrei vedere problemi, quando il Signore mi dice: Getta su di me ogni tua preoccupazione; preoccupazione, leggi: problema! E non sarebbe forse peccato non obbedire? Non significherebbe forse vedere nel Signore tutto il resto, e non vedere ciò che Lui è: Amore? Come potrei avere problemi quando Dio mi ama, e ama tutti noi? E l'unico problema è non sentire la vicinanza dell'Amore. E l'unica cosa che in tutto mi deve guidare è: rendere visibile la vicinanza dell'Amore. E io cerco di farlo con un abbandono sincero, semplice, infantile al sorriso dell'Amore; e prego che in me e per mezzo di me sia visibile il sorriso celeste dell'Amore».
Il nostro Ivo – è una vita di ottimismo e di donazione a Dio! Il Signore ha scavato un pozzo profondo nel suo cuore. Da quel pozzo sgorgava la gioia, la vita, ne usciva il canto, ne usciva una liturgia perenne. E perciò non c'è da meravigliarsi che dalla sua vibrazione nell'abbandono a Dio, nell'abbandono al prossimo, verso l'uomo, dal suo stupore davanti a ogni forma di vita – sia il fiore che l'uccello, in quello spirito di san Francesco – sia nata la meravigliosa, armoniosa, cosiddetta 'Messa di Peran'. La cantiamo tutti, da nord a sud, da est a ovest. Credo che sia la messa liturgica più spirituale composta da noi. In questo lavoro occorre partire dai bambini e dai giovani, ambito in cui dimostrò un'abilità straordinaria: «Matisse diceva: 'Non trascurate i bambini, perché i bambini sono i più grandi artisti; il Vangelo invece ci pone i bambini come modelli e maestri. Tra i bambini che ho istruito nel canto e nella musica per oltre cinquant'anni, oggi vi sono alcuni grandi nomi come cantanti, direttori d'orchestra, compositori, pianisti e pianiste… Molti mi scrivono ancora oggi: 'I momenti più belli della vita e il canto più bello sono i tanti mottetti che abbiamo provato ed eseguito con impegno, che davvero restano musica eterna».
«Seguo la bora tra le chiome dei lecci, seguo le onde dello scirocco e del maestrale, e penso: Dio mio, tutto questo secondo la tua santa volontà! E tutto questo ha il suo ritmo e il suo colore e una reciproca partecipazione e collaborazione! La cicala frinisce in modo uniforme. Ne sento diverse. Gareggiano forse tra loro? Sono forse in relazione l'una con l'altra? Non lo so, ma so che hanno il proprio compito che svolgono incessantemente. E tutto questo mi parla! Le spighe cantano e i campi cantano e i boschi cantano…', ho detto, rispondendo al saluto rivoltomi come compositore di questa messa; e canterà anche allora, quando io sarò sopra le nuvole; l'ho sentito».
(Dagli appunti per l'Autobiografia)
- Mladen Klanac
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